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Amici di Israele
politica estera
27 novembre 2011
Otto motivi per cui chi è di sinistra dovrebbe stare a fianco di Israele

di Alan Krinsky - www.huffingtonpost.com 01/08/2011

Israele continua ad essere il demonio prototipale della sinistra. Il principale esempio di un regime repressivo che abusa dei diritti umani. Nella sinistra, la gente si mobilita e si sente oltraggiata da Israele più che per qualsiasi altra causa. La presunta malvagità di Israele farà mobilitare i manifestanti nel freddo e nei giorni di pioggia in un modo impossibile per qualunque altro problema. Molte di queste persone sono sincere, ma forse fuorviate. Nella maggior parte dei modi, la mia politica personale tende a essere liberal e di sinistra: sono favorevole all'assistenza sanitaria pubblica e universale, mi sono opposto alla guerra in Iraq e alla "presidenza imperiale" Bush-Cheney, ho anche votato due volte per Ralph Nader. Tuttavia, come il filosofo francese Bernard Henri-Lévy, mi differenzio su Israele e rifiuto la demonizzazione di Israele, sia presso le Nazioni Unite, sia nel mondo dei media, o fra la gente di sinistra in America e in Europea. Se i miei compagni della sinistra o addirittura liberal pensano che il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni aiuterà a porre fine al conflitto israelo-palestinese, così come a portare la pace in Medio Oriente e l'armonia nella comunità delle nazioni, stanno tristemente sbagliando. C'è una differenza tra la critica e la demonizzazione, e la campagna contro Israele è di quest'ultimo tipo. La critica, e ve ne è tanta all'interno della sana democrazia propria di Israele, può portare a dei cambiamenti positivi. Ma il tentativo mirato a demonizzare Israele, mai intrapreso nei confronti di qualsiasi altra nazione, è volto a delegittimare Israele e minare la sua stessa esistenza, come se i problemi del mondo fossero colpa degli israeliani - la colpa degli ebrei - e come se, se solo se ne andassero via di là, tutto andrebbe per il meglio. Non solo si tratta di una spiacevole illusione, ma questo attacco concertato contro Israele tradisce i principi della sinistra. 

Ecco, dunque, quali sono gli otto motivi per cui la gente di sinistra dovrebbe essere a favore di Israele (o, per lo meno, a favore della pace, invece che contraria a Israele): 

1. Diritti Umani. La sinistra combatte per i diritti umani nel mondo. Anche se uno pensa che Israele o i suoi soldati siano colpevoli di violazioni dei diritti umani (anche se io non sono disposto, in via preliminare, a concedere questo punto), non esiste confronto internazionale o storico con cui si possa ragionevolmente annoverare Israele tra i peggiori criminali del mondo o della storia. Se guardiamo alle dimensioni del conflitto, al numero delle vite perse, o al trattamento della stampa o dei dissidenti, ci sono troppi esempi di spargimento di sangue e di persecuzione che fanno impallidire ogni atto compiuto da Israele contro i palestinesi negli ultimi quattro decenni trascorsi dalla Guerra dei Sei Giorni, quando Israele fu attaccato dai suoi vicini. Anche il trattamento dei palestinesi da parte degli arabi, come nel massacro del Settembre Nero in Giordania, ha causato migliaia di morti, forse più in 10 giorni che in quattro decenni di conflitto israelo-palestinese. E come possiamo paragonare Israele allo Zimbabwe di Mugabe, o la repressione cinese in Tibet e a Tianneman? Oppure, ai desaparecidos e gli squadroni della morte nelle strade dell'America Latina oppure ai campi di sterminio di Pol Pot? Per non parlare dei genocidi perseguiti dai regimi assassini di Hitler o di Stalin? Cerchiamo di essere chiari: un genocidio è un tentativo di sterminare un intero popolo e la sua cultura; questo non è ciò che è successo ai palestinesi, e non è l'obiettivo della politica israeliana. Al contrario, l'obiettivo esplicito di Hamas è quello di eliminare Israele. Quindi, se noi sosteniamo i diritti umani e contrastiamo le persecuzioni, non dovremmo prima concentrare i nostri sforzi sui luoghi dove si trovano le situazioni peggiori? Qualcuno può razionalmente sostenere che tra questi luoghi, per non parlare del più orrendo di tutti, ci sia una piccola nazione, sulla costa orientale del Mar Mediterraneo? 

2. Internazionalismo. La gente di sinistra tende a sostenere l'internazionalismo. Qualcuno potrebbe pensare che le Nazioni Unite siano l'organizzazione mondiale più dedicata a promuovere questo obiettivo. Ma come è possibile che Israele, questa piccola nazione, sia diventata una preoccupazione così centrale? Dal 2003 al 2010, ci sono stati più di 900 iniziative per i diritti umani contro Israele alle Nazioni Unite e il successivo più vicino è il Sudan a poco meno di 400. Israele è l'unico membro delle Nazioni Unite ad essere escluso da qualsiasi dei cinque gruppi regionali. E non dovrebbe tutta la sinistra opporsi all'assurdità del cosiddetto Consiglio dei Diritti Umani, di cui fanno parte campioni dell'umanitarismo come la Cina, il Pakistan, l'Arabia Saudita e il Kirghizistan? Come può il popolo della sinistra rimanersene muto quando il Primo Ministro turco denuncia Israele per crimini contro i diritti umani, e subito dopo promette ai curdi di "affogare nel proprio sangue," in un conflitto con violazioni dei diritti umani da entrambe le parti e decine di migliaia di persone uccise? Se Gaza non è il posto ideale per vivere, se gli abitanti di Gaza stanno soffrendo, tuttavia le foto sul New York Times e altrove e le testimonianze dei reporter dimostrano chiaramente che gli abitanti di Gaza non muoiono di fame, gli scaffali dei loro negozi non sono vuoti, nè di prodotti alimentari nè di beni di consumo; anche se è difficile, come la situazione può essere, semplicemente non è il culmine di disastri dei diritti umani, e Israele quindi non merita la maggiore condanna internazionale tra tutte le altre nazioni del mondo. 

3. Pace. La gente di sinistra vuole la pace. In Medio Oriente e altrove. I sondaggi rendono chiaro che, prevalentemente, gli israeliani desiderano di pace con i loro vicini; i difficili sacrifici, compreso il ritiro unilaterale da Gaza, lo rendono evidente. Gli israeliani sono pronti per una soluzione a due Stati che sia sicura e a vivere fianco a fianco in pace. Nel frattempo, l'obiettivo dichiarato dei suoi nemici è porre fine alla sua esistenza. Un semplice esperimento mentale dovrebbe rendere la materia brutalmente chiara: se domani Hamas e gli altri gruppi palestinesi decidessero unilateralmente di deporre le armi, cosa ne conseguirebbe? La pace. Se gli israeliani unilateralmente deponessero le armi, cosa ne conseguirebbe? Milioni di ebrei uccisi o esiliati. Chiunque nella sinistra non riconosca ciò vive negando la realtà. Le persone di sinistra dovrebbero sostenere la pace invece di vivere negando la realtà. 

4. Anti-autoritarismo. La gente di sinistra si oppone all'autoritarismo e a alle dittature e invece sostiene la sovranità popolare e democratica. Israele mantiene una vivace democrazia parlamentare, con una vasta gamma di punti di vista rappresentati, molto più che negli Stati Uniti, per esempio. Infatti, i partiti arabi e comunisti hanno avuto per lungo tempo i rappresentanti eletti nella Knesset israeliana. Possiamo immaginare tale rappresentività, nonché la libertà di assemblea e la libertà di parola, tra i vicini arabi di Israele? Nella Striscia di Gaza governata da Hamas? In Egitto o in Siria o in Arabia Saudita? Osteggiando Israele e sostenendo i gruppi come Hamas, la sinistra non sta sostenendo una lotta di liberazione, ma piuttosto il tentativo di sostituire l'unica democrazia del Medio Oriente con un'ennesima dittatura oppressiva. Le persone di sinistra desiderano veramente un risultato del genere? Come può uno dei più importanti sforzi a boicottare, disinvestire e sanzionare essere diretto a una nazione democratica come questa? Come Bernard Henri-Levy ha scritto sul Huffington Post, regna la "Confusione di un'epoca in cui si lotta contro le democrazie come se fossero dittature o stati fascisti. Nel mezzo di questo gorgo di odio e di follia c'è Israele. Ma esso mette in discussione anche, come dovremmo essere ben consapevoli, alcune dei punti fermi più preziosi stabiliti nel movimento delle idee negli ultimi trenta anni, specialmente a sinistra, e sono questi a essere messi in pericolo." 

5. Dignità umana e uguaglianza. La sinistra combatte a per i valori di dignità e di uguaglianza. Sono questi tratti meglio rappresentati da parte di Israele oppure dai suoi vicini? Guardate quanto gli israeliani diano valore alla vita di un singolo soldato, disposti a scambiare centinaia di prigionieri per un solo soldato, e anche a scambire dei prigionieri solo per recuperare dei morti per dare loro una sepoltura. Guardate le regole di ingaggio delle Forze Israeliane di Difesa, a come IDF telefoni e mandi volantini ai civili per avvertirli: c'è qualsiasi altro esercito forse che faccia una cosa simile? In termini di uguaglianza e di diritti umani, confrontare la condizione delle donne e diritti di gay e lesbiche in Israele con quella del resto del Medio Oriente. E in termini di dignità umana, la gente di sinistra pensa che la dignità dei palestinesi sia così piccola che è disposta a rivendicare che i palestinesi "non hanno altra scelta" se non quella trasformarsi in bombaroli omicidi-suicidi al fine di uccidere i bambini israeliani? Non possiamo aspettarci di più dalle persone? Trattare i palestinesi come vittime indifese e di gran lunga meno del riconoscere la loro dignità umana. 

6. Anti-discriminazione. Le persone di sinistra si oppongono al sessismo, al razzismo e a ogni sorta di simili discriminazioni. E così, la sinistra si oppone o dovrebbe opporsi all'antisemitismo nello stesso modo. E tuttavia, la sinistra troppo spesso concede dei lasciapassare all'antisemitismo mascherato da anti-sionismo o da sentimento anti-israeliano. Il commediografo David Mamet ha scritto sul Huffington Post ciò che segue: "Eppure la maggior parte della stampa occidentale, europea e americana, raffigura Israele come l'aggressore, e gli israeliani come disumani e gratificati dallo spargimento di sangue." Come Mamet ha elaborato nel suo libro "The Wicked Son: Anti-Semitism, Self-Hatred, and the Jews" (Il figlio spietato: l'antisemitismo, l'odio verso di sé, e gli ebrei), questo non è altro che una rielaborazione della vecchia accusa del sangue contro gli ebrei - ma questa volta, invece di essere accusati di usare il sangue dei non ebrei per cuocere le matzot, gli ebrei sono accusati di spargere il sangue per nessun altro motivo che il proprio gratuito piacere. Le persone di sinistra dovrebbero vigilare nel distinguere tra le critiche costruttive a Israele e le disumanizzazioni caricaturali degli ebrei. 

7. Autodifesa. Solo i pacifisti più intransigenti si oppongono al diritto di auto-difesa, e certamente la maggior parte della gente di sinistra difende questo diritto. Perché gli israeliani sono esenti da questo diritto? Come potrebbero molti uomini di sinistra starsene seduti a guardare mentre i razzi piovono sulla città e sulle loro famiglie, con i loro bambini traumatizzati? E se dicessimo: "oh, ma le persone vengono uccise di rado, solo occasionalmente", ridurreste al minimo il vostro impegno per proteggere la vostra famiglia? Solo gli ebrei sono tenuti a deporre le armi e a porgere la loro gola. Come osano gli ebrei avere la faccia tosta di ribellarsi?! 

8. Progresso. Noi tutti vogliamo un avanzamento del processo di pace israelo-palestinese e arabo-israeliano. Eppure, demonizzando Israele, additandolo, come avviene alle Nazioni Unite e nei campus universitari, si potrà fare ben poco per far progredire la pace. Noi tutti sappiamo, abbiamo conosciuto per decenni le linee fondamentali di un accordo di pace. Gli israeliani si sono preparati a questo e hanno preparato i loro cittadini. La sinistra dovrebbe mettere sotto pressione i palestinesi perchè accettino la pace e smettano di insegnare ai propri figli che gli ebrei sono mostri assetati del loro sangue. Questo tipo di pressione potrebbe portare a qualche progresso. 

Da molto tempo le persone di sinistra arebbero dovuto abbattere la rapresentazione di Israele come demonio prototipale della violazioni dei diritti umani e della repressione. E' tempo che la gente di sinistra non si senta oltraggiata da Israele, ma dalle distorsioni e dalla demonizzazione di Israele nei campus universitari e alle Nazioni Unite, su tutti la media e da parte dei politici. E' ora per le persone di sinistra di rifiutare che Israele venga trattato come un paria, o gli ebrei come assassini assetati di sangue; è il tempo invece di accogliere Israele nella comunità delle nazioni come membro a pieno titolo, assoggettato a critiche ed elogi come qualunque altra nazione.




permalink | inviato da Giuseppe D. il 27/11/2011 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
7 settembre 2011
«Chi ha sempre e solo criticato Israele è un antisemita»

di Dora Marrache, Chroniqueuse, Radio-Shalom (Montréal) -

Da qualche anno possiamo constatare che la voce degli antisionisti si leva sempre di più per condannare Israele e molto spesso per augurarne la sua distruzione, chiaro e tondo. Contrariamente a quanto affermano, ovvero "la lobby ebraica esercita pressioni sui media per impedirci di esprimerci", gli antisionisti sono spesso alla ribalta dei giornali e sono invitati in veste di personaggi eminenti nelle trasmissioni televisive. Sarei quasi tentata di dire che non si ascolta che loro e dispiace dire che incontrano poca o nulla resistenza. 

1. Antisionismo/Antisemitismo 

Il Dizionario Robert non ha definizioni per l'antisionismo ma basandosi su quella che dà per sionismo "movimento politico e religioso, mirante allo stabilimento e al consolidamento dello Stato ebraico (la nuova Sion) in Palestina", se ne deduce che l'antisionismo è un movimento che si oppone allo stabilimento di uno Stato ebraico in Palestina. L'antisionismo non è un fenomeno nuovo, ma fino ad ora restava mascherato; dopo la Guerra dei Sei Giorni e soprattutto dopo il 2000, si esprime in maniera assolutamente esplicita. Oggi, nei circoli intellettuali, si puo' parlare apertamente della non legittimità di Israele e parecchi avvocati non esitano ad appoggiare questa tesi basandosi su articoli giuridici.  

Quanto all'antisemitismo, l’EUMC (Osservatorio Europeo dei fenomeni razzisti e xenofobi, chiamato dal 2007 Agenzia dei diritti fondamentali dell'Unione Europea)  ne dà la definizione seguente: "L'antisemitismo è quella percezione verso gli Ebrei che puo' esprimersi sotto forma di odio nei confronti degli Ebrei". E fra gli esempi di manifestazioni antisemite figura questa: 

"Negare al popolo ebraico il diritto all'autodeterminazione, dichiarando che l'esistenza dello Stato di Israele è un principio razzista".

L’antisionismo essendo un movimento che non riconosce agli Ebrei gli stessi diritti degli altri popoli, come il diritto di riunirsi sulla loro terra, è dunque un movimento animato da una ideologia razzista, quindi un movimento anti ebraico. Chi si oppone all'esistenza di uno Stato ebraico, quando invece lotta per l'esistenza di quello Palestinese, non ci venga a dire che non è antisemita. Rifiutare agli Ebrei il diritto di avere uno Stato è negare l'esistenza di un popolo. E negare l'esistenza del popolo ebraico è una maniera di manifestare, checché se ne dica, il proprio odio per gli Ebrei. Naturalmente gli antisionisti diranno esattamente il contrario. E certo! E' malvisto oggi essere antisemiti, senza contare che l'antisemitismo, al contrario dell'antisionismo, è punito dalla legge. Invece è senz'altro attuale presentarsi come antisionista. E' la posizione espressa senza vergogna, per non dire con fierezza, da gran parte dell'intellighenzia occidentale. Cosi' tutti quelli che odiano gli Ebrei e non possono  esprimere il loro odio si dicono antisionisti, senza rischiare di essere qualificati come antisemiti. Certo vi diranno che i due termini non sono sinonimi. "Ho amici ebrei, mi ci trovo bene, sono solo anti ionista", dicono spesso. Obiettano che antisionismo non fa rima con antisemitismo, vi diranno anzi che l'antisionismo è agli antipodi dell'antisemitismo. E quando in aggiunta questi antisionisti giustificano la loro posizione appoggiandosi su personalità ebree, chi oserebbe trattarli da antisemiti? Infatti, certi Ebrei israeliani, come il regista  Yoav Shamir, vi diranno che l'antisemitismo non esiste più ma che ha permesso la nascita di una grossa e lucrosa industria. Se li tacciate di antisemitismo vi risponderanno che LORO vivono in Israele. Altri, come lo storico Norman Finkelstein, vi diranno che l'antisemitismo - come la Shoah - è uno strumento utilizzato da Israele a fini politici, che si tratta di un'invenzione dei sionisti per evitare le critiche circa il loro operato verso i palestinesi. E c'è anche chi, come Shlomo Avineri, giornalista e scrittore, afferma che la delegittimazione di Israele sia un' invenzione, uno strumento del quale si serve il governo per non restituire i territori. Non è lontano il giorno nel quale questi obsoleti personaggi di sinistra vi diranno di essere stati pagati dallo Stato d'Israele per fare paura agli Ebrei della diaspora e spingerli a fare l'aliyah! Eccezion fatta per l'antisionismo degli ebrei ultra ortodossi che considerano gli Ebrei condannati all'esilio fino alla venuta del Messia, il termine "antisionismo" è e resterà sinonimo di antisemitismo. Noi sappiamo - e anche gli antisionisti lo sanno - che sotto l'antisionismo si nasconde un antisemitismo virulento. Comunque anche se il termine antisemitismo puo' scioccare qualcuno ha il vantaggio di essere più preciso: anti ebraico. Questi anti ebrei fingono di voler andare contro corrente, si credono superiori agli altri e vogliono far credere che non ce l'hanno con gli Ebrei ma con la politica del loro governo. Sono contro Netanyahu non perché rappresenti il popolo ebraico, ma perché persegue, dicono, una politica di occupazione. Pretendono di essere i soli a poter decriptarne il linguaggio, a comprendere il linguaggio politico dei ministri che accusano di machiavellismo. Ora, poiché il mondo è come ognuno lo vuol vedere, questi denunciano precisamente cio' che essi stessi fanno. Sono gli assi del machiavellismo e vorrebbero mettere in guardia il mondo dal machiavellismo del governo israeliano. Leggendo le idee che questi anti ebrei difendono, ci accorgiamo che l'antisionismo non è altro che un tessuto di menzogne che serve a manipolare le masse. Gli antisionisti sono diventati maestri nell'arte della retorica, in quella di rovesciare la verità, di travestirla, di dire una cosa e il suo contrario. Mahmoud Abbas padroneggia con brio la teoria del doppio linguaggio: tiene un linguaggio con i media ed uno completamente contrario per le masse arabe. E questo senza che nessuno se ne adombri mai! 

Sanno che una menzogna mille volte ripetuta diventa verità. Ma accecati dall'odio verso l'Ebreo, dimenticano questo pensiero di Mark Twain : "Una menzogna puo' fare il giro del mondo mentre la verità si mette in marcia."

E la verità è in marcia, noi lo sappiamo. Forse siamo troppo ottimisti ma non fu Golda Meir a dire che un ebreo non puo' permettersi il pessimismo? 

2. Chi è antisionista?  

Contrariamente a quello che vuol farci credere Shlomo Avineri, l’antisionismo universitario di estrema sinistra non è quello dei « piccoli gruppi marginali all'estrema sinistra, nutriti dalla propaganda araba, che mettono in dubbio il diritto all'esistenza di Israele. » La Sinistra, che sia europea, americana o israeliana è apertamente antisionista. Siccome non puo' più combattere il capitalismo si è dovuta trovare un altro cavallo di battaglia e, animata dal suo odio per Israele, ha scelto i palestinesi, ben contenti d'aver trovato degli utili idioti che difendono la loro causa e per dare all'Islam un'immagine che più positiva non si puo'. Ma si puo' dire che né la Sinistra, né l'estrema destra, né i non ebrei detengono il monopolio dell'antisionismo. Si incontrano antisionisti in ogni strato della società, senza distinzione di razza o religione. Ecco, l'antisionismo non è neanche appannaggio dei non ebrei, perché ve ne sono tra gli ebrei, e soprattutto israeliani, che aggiungono la loro voce a quella dei nemici. Diffondono la propaganda anti israeliana e sono i primi a demonizzare Israele. Quelli che chiamiamo self-hating jews, gli alter-ebrei, i post-sionisti hanno in comune con gli antiebrei l'odio viscerale per Israele. Sono ebrei di nome, sono ebrei a livello teorico. Ignorano tutto del giudaismo, della storia ebraica, non hanno nessun legame affettivo con Israele se non che ci guadagnano da vivere, come fanno i palestinesi che vivono in Israele. Si servono in qualche modo di questo titolo per parlare al posto degli antisemiti più violenti e per lanciare critiche che tutto sono fuorché razionali. Forse si sono lasciati manipolare e sono vittime di strategie di manipolazione di massa preconizzate da un antisionista famoso, l'ebreo israeliano Noam Chomsky, che consistono nel sostituire la rivolta con il senso di colpa. Anche fosse il caso, niente scusa il loro comportamento, agli occhi di chi ama Zion resteranno traditori del loro popolo. 

3. Le incoerenze degli antisionisti 

Evidentemente gli antisionisti non si fanno comandare dalla ragione. Come dice Pascal: Il cuore ha ragioni che la mente non comprende. 

Pace/Guerra 

Dicono di essere per la pace ma agiscono come chi è per la guerra. Non solo non fanno nulla per la pace ma agiscono affinché la pace tanto attesa dagli israeliani non possa vedere giorno. Forse sono anche responsabili del fallimento dei negoziati. Quando le Ong cosidette "umanitarie" denunciano sistematicamente le azioni di Tzahal discolpando Hamas, quando usano mezzi coercitivi (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, flottiglie) per isolare Israele sulla scena internazionale e attentare ai suoi piani culturali ed economici, il loro scopo è la delegittimazione di Israele e manifesta l'odio per gli Ebrei.

Quando i palestinesi, per bocca di Abbas, dichiarano di volere la pace, di quale pace parlano? Dato che il loro capo afferma che non riconoscerà mai lo Stato ebraico? D'altronde al Quartetto che cercava di convincerlo Abbas ha dichiarato: "Non mi forzate al riconoscimento, non lo faro' mai".

Eppure il riconoscimento dello Stato ebraico di Israele e il disarmo palestinese sono le uniche due cose che Israele chiede per riconoscere lo Stato di Palestina. Gli antisionisti comprendono il rifiuto palestinese, secondo loro l'identità di uno Stato non ha alcun legame con la sua identità religiosa. Ma allora che dire della Lega Araba che è formata da Stati che si dichiarano musulmani? E del futuro Stato palestinese nel quale l'Islam sarà religione di Stato? Difficile ammetterlo ma gli unici che vogliono la pace in Medio Oriente sono gli israeliani con il governo Netanyahu in testa, pronto a rinunciare a "una parte della terra dei padri". Va ricordato che ancora prima della proclamazione dello Stato di israele gli arabi rifiutarono qualsiasi offerta di pace? E che nel 2000 Arafat scelse la guerra contro uno Stato sovrano, guerra che gli avrebbe permesso di annettersi la quasi totalità della Giudea Samaria? Quanto a Hamas come si puo' pretendere pace da chi ha nella sua Carta lo sradicamento puro e semplice di Israele senza che questo sciocchi i difensori dei Diritti dell'Uomo che vedono i palestinesi come vittime? 

4. Palestinesi vittime / Israeliani aggressori 

Su Le Monde del 4 giugno 2002, scritto da Edgar Morin si leggeva: « Il cancro israelo/palestinese si è formato a partire da una patologia territoriale: la formazione di due nazione sul medesimo suolo, fonte di due patologie politiche, l'una nata dalla dominazione, l'altra dalla privazione». Per gli antisionisti gli israeliani sono gli aggressori e i palestinesi vittime. Si potrebbe pensare che questa dicotomia aggressore/vittima sia pensata da estremisti incapaci di riflettere. E invece no, parte da eminenti professori universitari per i quali il sionismo è un atto essenzianzialmente coloniale contro la popolazione locale. I palestinesi sono visti come un popolo spogliato e gli israeliani come razzisti, poiché praticano il colonialismo e il colonialismo è razzismo. Come si puo' parlare di colonizzazione quando gli ebrei si installano su un territorio che appartiene loro dalla notte dei tempi? "In Giudea Samaria il popolo ebraico non è un occupante straniero. Noi non siamo come gli inglesi in India. Non siamo come i belgi in Congo" disse Netanyahu nel suo discorso al Congresso. Non è che siccome la Giudea Samaria fu occupata dai giordani dal '48 al '67 gli ebrei hanno perduto i loro diritti su questo territorio. C'è voluta una guerra per recuperarli. Accettare il congelamento delle costruzioni in Giudea Samaria è riconoscere implicitamente che Israele non ha alcun diritto su quei territori, che li ha "rubati" ai palestinesi e che deve far vedere di volerli rendere. Ogni ricerca storica degna di questo nome riconoscerà senza timori che la Giudea e Samaria, che ora si compiacciono di chiamare Cisgiordania, non appartiene ai palestinesi ma che fu annessa illegalmente nel '48 dalla Giordania che finora non l'ha mai rivendicata. Gli antisionisti sanno che il termine "colonizzazione" è del tutto inappropriato, sanno che gli israeliani non sono coloni nel senso che vorrebbero dare al termine. Sanno che mai nella storia nessun paese ha avuto il nome di Palestina araba, che il popolo palestinese è un'invenzione nata con la Guerra dei Sei Giorni e sono coscienti di spargere la menzogna accusando Israele di essersi impossessato delle terre dei palestinesi. Ma cosa importa! Ricorrono senza scrupolo alle menzogne più vergognose pur di arrivare allo scopo: mobilizzare l'opinione pubblica e diffondere un'immagine di Israele che susciti l'odio per l'ebreo. Se no perché non hanno demonizzato l'inavasione del Kuwait da parte dell'Iraq? L'occupazione del Libano da parte della Siria? Perché la Siria non è Israele e non è uno stato ebraico. Il loro silenzio su quanto accade in Siria ci da ragione e prova ce ne fosse bisogno che gli antisionisti praticano la politica dei due pesi due misure con Israele. Ripetono a iosa che Israele è uno Stato di apartheid quando i fatti provano il contrario. Perché non denunciano l'apartheid dei Fratelli musulmani verso i palestinesi? Perché difendono i palestinesi solo da Israele? Presentando gli ebrei come "occupanti", "coloni", e il conflitto come un movimento nazionale contro uno Stato coloniale che ha usurpato loro la terra sembrerà normale che i palestinesi vogliano difendere la loro identità cacciando l'occupante. Come? Come hanno fatto tutti i popoli colonizzati, con il terrorismo. E gli israeliani, come i francesi in Algeria, i belgi in Congo dovranno ritirarsi e rendere ai palestinesi la loro terra. 

5. Terroristi palestinesi / soldati israeliani 

Voi direte, i palestinesi non fanno terrorismo, fanno "resistenza" (gli antisionisti hanno l'arte dell'eufemismo!) perché vivono in una "situazione degradante"...« Il termine terrorismo è stato abusato da tutti gli occupanti, conquistatori, colonialisti per qualificare i resistenti », scrive Edgar Morin. Ed i cosidetti giornalisti scelgono termini che permettano di rendere innocenti coloro che non sono altro che criminali: Le Monde parla di « attivisti », il Nouvel Obs, di « militanti ». Per contro gli israeliani, dice Edgar Morin, praticano un « terrorismo di Stato» per il quale dispongono di armi letali contro i poveri civili palestinesi, colpendo di preferenza donne e bambini in primis, da cui il numero delle vittime cosi' alto fra questi ultimi. Di fronte a questi poveri « resistenti », un esercito: Tzahal. E qui c'è l'occasione di gettare fango su Tzahal che, con il suo codice etico « Spirito delle forze israeliane di difesa », non ha niente a che vedere con un esercito d'occupazione; Tzahal i cui soldati fanno di tutto per risparmiare i civili e che è di sicuro l’esercito più etico al mondo; Tzahal che partecipa a missioni umanitarie in tutto il globo. Ma che è oggetto di condanna senza grazia da parte di tutte le nazioni, presentata come esercito di bruti sanguinari che attaccano in maniera sproporzionata i poveri « resistenti ». Per gli antisionisti lo scopo degli israeliani è sterminare i palestinesi. Secondo Edgar Morin, Tzahal « ha installato (al suo comando) ufficiali provenienti dalle colonie che hanno trasformato elementi dell'esercito in soldataglia saccheggiatrice e assassina a volte fino al massacro».

Senza Tzahal, niente Israele. Quindi, finiti i problemi, i conflitti. Molti autori arabi sostengono che prima dello Stato di israele ebrei e arabi vivevano in pace (non parlano dei pogrom e della dhimmitudine)... Quello che si lascia intendere è che Israele, capro espiatorio delle nazioni deve sparire. Cosi' il 21 agosto, a Trafalgar Square, a Londra, gli antisionisti hanno sfilato al grido di « Morte a Israele ! », « Per la pace nel mondo Israele deve sparire! », « Israele, i tuoi giorni sono contati ». E perché non dire che senza ebrei il mondo non avrebbe mai dovuto vivere due guerre che l'hanno lasciato esangue? Una conclusione si impone: è la politica colonialista e espansionista di Israele responsabile del conflitto , ed i palestinesi hanno diritto di difendersi. Gli antisionisti passano sotto silenzio lo scopo dei terroristi: la sparizione di Israele e il suo rimpiazzo da parte di uno Stato palestinese judenrein. E' raro sentir parlare delle migliaia di razzi e missili che cadono su Israele da quando Gaza è stata lasciata nelle mani dei palestinesi. La città di Sderot ha lanciato un appello ai media stranieri per chiedere « di menzionare ogni volta il numero dei razzi da dopo il cessate il fuoco del 18 Gennaio 2009. Fino al 15 Luglio 2011, ci sono stati 788 tiri di razzi da Gaza verso il sud di Israele. Il mondo deve sapere ». Quali media ne hanno parlato? Chi è dunque l'aggressore?




permalink | inviato da Giuseppe D. il 7/9/2011 alle 10:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
17 agosto 2011
Virgolette galeotte...

di LCdC - La bufala della presunta frase di Primo Levi di nella quale si paragonano i palestinesi di oggi agli ebrei di eri ha una spiegazione molto semplice: la frase attribuita a Levi era una considerazione personale (fuori dal virgolettato) del giornalista de "Il Manifesto" Filippo Gentiloni. L'articolo in questione è stato pubblicato dal quotidiano comunista nel 1987 e per reperirlo bisogna consultare il loro archivio. Nell'articolo di Gentiloni, nel finale fuori virgolette l'autore aggiunge una sua considerazione personale, che gli antisionisti e gli antisemiti hanno poi passato per detta da Levi (nel pezzo vennero citati i dialoghi tra i protagonisti del romanzo di Primo Levi, “Se non ora quando”, a rinforzare la tesi secondo cui l’ebraismo non sarebbe stato in alcun modo riconducibile alla realtà israeliana) - ecco un brano dell'articolo: 

--- I partigiani ebrei russi di Primo Levi per difendersi non assomigliano agli israeliani sicuri di sé, senza dubbi e senza ironia che dominano dalle torrette dei carri armati di Begin e Sharon. Assomigliano ai personaggi lieti e folli di Chagall, ai saggi dei racconti hassidici raccolti da Martin Buber. (…) Alla fine di una ennesima discussione sulla identità ebraica con l’unico non ebreo del gruppo, il capo partigiano conclude: “ Anzi, ora che ci penso, noi abbiamo un inno, ma non abbiamo una bandiera. Dovresti farcene una, bella, invece di perdere tempo con la toilette. Una bandiera di tutti i colori, e in mezzo, invece della falce e del martello, o dell’aquila con due teste, o della stella di David, ci metterai un meshugge col berretto a sonagli e l’acchiappafarfalle”. Il meshugge di Levi è il fratello dello Schemiel di Singer, degli innocenti, dei violinisti di Ben Shahn non certo di Begin e Sharon. (…E ancora citando i dialoganti): “Il sangue non si paga col sangue. Il sangue si paga con la giustizia”(…) “Se i tedeschi hanno ucciso con il gas, dovremmo uccidere con il gas tutti i tedeschi? Se i tedeschi uccidevano dieci per uno, e noi faremo come loro, diventeremo come loro e non ci sarà pace più.” (…) “Ognuno è l’ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi”. E oggi i palestinesi sono gli ebrei degli israeliani. --- 

articolo apparso sul Manifesto a firma di Filippo Gentiloni: “Quando la stella di David era il simbolo dei perseguitati”, (citazioni da Primo Levi, “Se non ora quando”) “ ne il Manifesto, 29 giugno 1989, pg.7




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politica estera
8 maggio 2011
L'unico errore di Osama bin Laden

Una cosa sola ha fatto di Osama bin Laden il nemico pubblico numero 1.
Una cosa sola ha fatto di lui il bersaglio di un commando di Navy Seals americano.
Una cosa - e solo una cosa - ha reso il suo assassinio giustificato ed elogiato dai leaders mondiali.
Non si è limitato a uccidere solo ebrei. 

Se avesse limitato il suo terrorismo ai soli ebrei, non sarebbe stato eliminato.

Gli stessi leader del mondo, che oggi sono orgogliosi della sua morte, avrebbero celebrato la sua vita.
Non sarebbe stato ucciso dal presidente Obama, piuttosto Obama avrebbe cenato con lui.
Sarebbe stato invitato all’ONU.
Sarebbe stato un oratore di spicco e avrebbe girato il mondo di conferenza in conferenza.
Avrebbe vinto il premio Nobel per la pace. 

Pensate che io sia pazzo? 

Mahmoud Ahmadinejad è il presidente dell'Iran. Il suo curriculum include molto più che la sola politica. È stato provato che fu lui personalmente ad ordinare gli attacchi contro la comunità ebraica in Argentina, dove sono stati uccisi centinaia di ebrei. Egli ha affermato - più volte - che vuole distruggere Israele. Vuole uccidere 6.000.000 di ebrei (numero interessante) che vivono lì e sta  lavorando febbrilmente per costruire una bomba nucelare che farà proprio questo. 
È stato preso di mira?
È su una qualsiasi "hit list"?
No, è vero il contrario.
Ha parlato di recente all'Assemblea Generale dell'ONU.
È stato ospite come oratore alla Columbia University.
Perché? Perché lui è interessato solo ad uccidere gli ebrei.

Khaled Mashal è il leader di Hamas.
Hamas è il nemico giurato di Israele.
Ha ucciso oltre 1.500 ebrei negli ultimi 10 anni.
Ha sparato più di 5.000 missili in Israele, con l'obiettivo di case civili di ebrei, sperando di uccidere bambini ebrei. 
È stato preso di mira?
È su una qualsiasi "hit list"?
No, è vero il contrario.
Il presidente russo Vladimir Putin ha recentemente invitato Mashal a Mosca.
L'ex Presidente USA Jimmy Carter ha abbracciato Mashal e lo considera un partner per la pace.
Perché? Perché lui è interessato solo a uccidere gli ebrei. 

Yasser Arafat è stato il fondatore e leader dell'Olp.
Ha più sangue innocente sulle mani di Osama bin Laden.
Eppure, questo assassino è stato invitato più volte a cena con il presidente Bill e la First Lady Hillary Clinton alla Casa Bianca.
Parlava alle Nazioni Unite.
È stato accolto in tutto il mondo come leader e ha parlato in oltre 30 paesi.
Ha vinto il Premio Nobel per la pace.
Perché? Perché lui era interessato solo ad uccidere gli ebrei. 

Anche se posso andare avanti, voglio fare solo un ultimo esempio: Adolf Hitler.
Il mondo sapeva dei campi di concentramento già nel 1933.
Il mondo sapeva della Kristallnacht nel novembre del 1938.
Eppure, il mondo intero chiamava questo mostro Herr Hitler, signor Hitler.
Gli accordò il suo rispetto.
Lo riconobbe come un leader.
Tutto ciò cambiò solo quando Hitler invase la Polonia il 1° settembre 1939.
Da quel momento divenne un nemico.
Perché? Perché fino a quel giorno lui era interessato a uccidere solo gli ebrei ... 

Osama bin Laden ha violato la regola d'oro: oltre a uccidere solo gli ebrei, egli ha anche ucciso non-ebrei. Per questo è stato preso di mira e non per altro! 

Il messaggio per gli ebrei - e lo Stato di Israele - è molto chiaro.

Imparate a difendervi da soli.
Imparate a vendicarvi da soli.
Il mondo non vi aiuterà con l'Iran o Hamas.

Ahmadinejad e Meshaal non faranno lo stesso errore di Bin Laden e continueranno ad essere accolti e abbracciati da tutto il mondo.

Comprendete questo, accettate questo e affrontate questa situazione. 
"Non abbiamo nessuno su cui fare affidamento, altro che il nostro Padre celeste".
Leaders ebrei - e valorosi combattenti di ZAH”AL - incidetelo sul vostro cuore.

E possiate - molto presto - fare a questi terroristi esattamente ciò che è stato fatto a Bin Laden.




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politica estera
13 dicembre 2010
Riguardo alle risoluzioni Onu comminate allo stato ebraico (e agli arabi)
di Giuseppe D. - 13/12/2010

TUTTE le risoluzioni rilevanti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che chiamano in causa Israele formulano anche contemporaneamente precise richieste alle controparti arabe. In altri termini, nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza impone a Israele alcun obbligo "senza condizioni", ma sempre e soltanto nel quadro di impegni reciproci da parte dei suoi avversari. E cio' per la ovvia considerazione che la pace in Medio Oriente non puo' essere fatta da una parte soltanto. 

TUTTE le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti Israele e i vicini arabi sono state approvate sulla base del Capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite. Solamente le risoluzioni del capitolo 7 costringono la parte che non risponde positivamente a farlo pena intervento militare (per esempio il caso Iraq/Kuwait). 

Il Capitolo 6 si intitola: "Componimento pacifico delle dispute" e afferma (art. 33) che "le parti in causa in un conflitto […] dovranno, prima di tutto, cercare una soluzione attraverso il negoziato, l'analisi, la riflessione, la conciliazione, l'arbitrato, il patteggiamento giudiziale, ricorrendo a enti di concordato regionali o altri mezzi pacifici di loro scelta". Dunque, quando il Consiglio vota sulla base del Capitolo 6 e' come se dicesse agli stati in guerra fra loro: "Dovete negoziare per comporre il vostro conflitto e dovete farlo sulla base delle linee che vi indico". Gli stati che accettano di negoziare rispettano la risoluzione, quelli che non accettano di negoziare violano la risoluzione.Il Capitolo 7, invece, si intitola: "Azioni in caso di minacce alla pace, violazioni della pace e atti di aggressione". Gli articoli di questo capitolo conferiscono al Consiglio di Sicurezza la responsabilita' di individuare le minacce alla pace mondiale e gli danno facolta' di promulgare risoluzioni con valore esecutivo e vincolante, autorizzando la comunita' internazionale a ricorrere a varie forme di coercizione per ottenere la loro applicazione, dalle sanzioni fino all'uso della forza militare.

TUTTE le risoluzioni dell'Assemblea Generale dell'Onu (come la 194/48) non hanno nessun potere vincolante, ma sono considerate come "consigli". L'Assemblea Generale dell'Onu si è sempre distinta per una palese avversione nei confronti dello Stato Ebraico.

Riguardo alla 194/48, molti degli articoli della risoluzione sono stati ampiamente ignorati da tutte le parti interessate sino a questo giorno, poiché le raccomandazioni dell'Assemblea Generale non sono giuridicamente vincolanti.

La risoluzione 242 (1967) chiedeva a Israele di ritirarsi purche' da parte degli altri stati della regione vi fosse il riconoscimento della sovranita', integrita' territoriale e indipendenza di Israele entro confini sicuri e la fine di ogni pretesa o stato di belligeranza. La 425 (1978) chiedeva a Israele di ritirarsi dal Libano meridionale purche' venisse ripristinata la sovranita' di Beirut su tutto il territorio libanese e garantita la calma al confine fra i due paesi. Le risoluzioni 1397, 1402 e 1435 del 2002 chiedono a Israele di ritirarsi dalle zone A dell'Autorita' Palestinese purche' da parte palestinese vi sia la cessazione immediata di ogni atto di violenza, terrorismo, provocazione e istigazione.




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politica estera
8 dicembre 2010
Essere arabi palestinesi oggi... niente male.

di Giuseppe D. - 08/12/2010 

Essere oggi arabi palestinesi contempla: 

- essere immuni alle leggi internazionali riguardanti il rispetto dei diritti umani;

- poter tranquillamente attentare alla vita dei civili israeliani (e visto il passato anche europei e arabi);

- i loro leaders sono esonerati dal fatto di dover rispondere di crimini contro l'umanità;

- i loro governanti possono tranquillamente continuare a finanziare il terrorismo suicida senza nessun timore di suscitare la riprovazione della comunità internazionale; 

- Poter sequestrare e tenere in cattività (e uccidere) soldati non coinvolti in azioni di guerra e far mancare loro i basilari diritti fregandosene di tutte le convenzioni esistenti che regolano il diritto in combattimento, ma esigere per i loro prigionieri un diverso trattamento;

- continuare a ricevere milioni di dollari in aiuti senza il minimo obbligo di rendicontare le entrate e come spendono questi soldi; 

- unico caso al mondo, possedere un'agenzia tutta per loro che si occupa dei rifugiati palestinesi, la UNRWA. Miliardi di dollari spesi per mantenere i profughi in salamoia in attesa di poterli utilizzare per distruggere demograficamente Israele; 

- poter indisturbati esercitare tortura e comminare condanne a morte sommarie senza neanche meritare un lancio di agenzia Ansa (che tiene puntualmente il conteggio dei condannati a morte negli USA);

- accusare Israele di "apartheid" ma desiderare i territori "judenrein"; 

- essere sovente chiamati "nazione" e "popolo" quando MAI nella storia sono esistiti una nazione palestinese o un popolo palestinese;

- poter serenamente indottrinare i propri bambini e adolescenti con i loro programmi didattici colmi di odio per gli ebrei (e per gli occidentali) senza che UNICEF o altre organizzazioni per l'infanzia battano ciglio;

- poter contare sulla quasi totalità degli organi di informazione e dei media mondiali, asserviti alla "causa" arabo palestinese e per i quali il torto sta sempre e comunque dalla parte di Israele;

- poter negare la presenza ebraica in Judea e Samaria e a Jerusalem tanto l'UNESCO gli da una mano facendo diventare la tomba di Rachel una moschea;

- possono e hanno potuto entrare in paesi limitrofi come Libano e Giordania, seminare il terrore, scatenare guerre civili e poi addossare la colpa a Israele, tanto sanno che la comunità internazionale non aspetta altro che poter incolpare lo stato ebraico;

- poter lanciare più di 8000 razzi qassam e grad random sul Negev e zone limitrofe tanto in fondo "sono solo innocui razzetti che non fanno male a nessuno" (circa 30 civili israeliani uccisi e centinaia di feriti dagli innocui razzetti...).

 

insomma... niente male vero?

 




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politica estera
27 novembre 2010
Lettera da un “criminale di guerra”
Di Yoav Keren - (Da: Ynetews, 21.11.10) - www.israele.net


Un sito internet anonimo ha pubblicato un elenco di 200 soldati e ufficiali israeliani (con nome, foto, numero di matricola, date di nascita, indirizzo, luogo di lavoro,) indicati come ''criminali di guerra''. Allo stato non è possibile verificare l’attendibilità dei dati e nemmeno se sia vero che i militari additati dal sito intimidatorio (i cui dati sono stati verosimilmente scaricati dai social network del web) abbiano veramente prestato servizio nelle operazioni anti-Hamas a Gaza nel gennaio 2009).

Ad essere onesti, mi sono sentito un po’ offeso. Ho cercato il mio nome nella lista dei duecento “criminali di guerra” dell’operazione anti-Hamas nella striscia di Gaza del gennaio 2009, messa on line la scorsa settimana, ma non l’ho trovato.
Ho prestato servizio da riservista per quasi un mese durante quell’operazione, eppure non mi hanno dedicato un cenno, nemmeno piccolo piccolo. Persino una soldatessa di basso rango è entrata nella lista dei “criminali di guerra”, con tanto di fotografia in abiti civili, in posizione yoga, tratta da Facebook. Per non dire di quei piloti (la cui identità è tradizionalmente tenuta segreta in Israele) di cui finalmente vediamo i volti, ed anche gli indirizzi di casa, e i numeri di matricola militare.
A quanto pare l’israeliano autore di questa lista – è praticamente fuor di dubbio che sia stato un israeliano, vista l'intima dimestichezza che dimostra con le Forze di Difesa israeliane – non ha fatto un lavoro particolarmente accurato. In ogni caso, si è dimenticato del sottoscritto.
Ho prestato servizio per ventisei giorni nella centrale operativa della Divisione Gaza, e ho visto tutto in tempo reale.
Ho visto come, ogni volta che dovevamo fermare il fuoco di razzi Qassam proveniente da zone densamente popolate, gli ufficiali ci pensavano sette volte e calcolavano meticolosamente la gittata e l’angolo di tiro, per cercare di non colpire per sbaglio i civili.
E ho visto come, per essere sicuro, l’esercito interpellava il consulente legale e l’Ufficio di Coordinamento e di Collegamento coi Territori, un cui rappresentante era invariabilmente distaccato nella centrale operativa.
Ho visto la grande serietà con cui ci si è occupati di un acquedotto esploso a Rafah, e gli sforzi fatti per far arrivare cibo nella striscia di Gaza durante i combattimenti, e per permettere alle ambulanze di sgomberare i palestinesi feriti dalle zone di guerra.
Ho anche personalmente partecipato a riunioni operative con il comandante di divisione in gran parte dedicate alle questioni umanitarie.
Ho camminato per le vie della città di Sderot, che pareva una città fantasma dopo aver subito decine di attacchi di razzi Qassam, e ho anche visto i missili Grad palestinesi arrivare fino ad Ashkelon senza che nessuno fosse in grado di fermarli. Credetemi, non è una visione confortante.
In breve, io c’ero. E, stando ai distorti standard dei vari estensori di liste, questo fatto dovrebbe bastare per fare anche di me un criminale di guerra.
Un piccola confessione. Dopo l’operazione anti-Hamas a Gaza avevo pensato di postare sulla mia pagina di Facebook qualche fotografia durante il servizio da riservista. Non parlo di foto in compagnia di qualche terrorista arrestato, per carità. Pensavo semplicemente a qualche normale immagine di me seduto con quelli della mensa della divisione. Non lo feci per timore che un giorno, durante qualche viaggio all’estero, quelle foto potessero essere usate per incriminarmi.
Ebbene, ora non ho più quel timore: perché mi sono reso conto che mi trovo in ottima compagnia. Non solo il capo di stato maggiore, il capo del Comando Sud e il capo delle Forze Aeree, ma in pratica chiunque presti sevizio nelle Forze di Difesa israeliane è per definizione, a quanto pare, un criminale di guerra. E siccome qualunque soldato israeliano che si aggiri per la strada in uniforme può ritrovarsi su questa o su quella lista nera, anche se magari presta servizio come cuoco presso un deposito di munizioni, dunque non c’è motivo di nascondersi.
Così, a beneficio dell’autore della suddetta lista, eccomi qua: il mio nome è Yoav Keren, sono maggiore riservista, il mio numero di matricola è 5030397, e potete trovare da soli il mio indirizzo. Così, la prossima volta che aggiornerete la vostra lista di "criminali di guerra", potete aggiungere anche me. Ma se usate una mia foto da Facebook, badate che sia almeno una foto venuta bene.



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CULTURA
15 settembre 2010
Quello che il mondo deve agli ebrei

di Guy Millière - 15/09/2010

Mentre si festeggia il capodanno ebraico, a mo’ di auguri per un buon anno 5771 a tutti i miei lettori ebrei, e per spiegare agli altri alcune delle mie posizioni essenziali, dirò qui che, in ogni momento, ho coscienza di ciò che l’umanità deve alla cultura e al popolo ebraico, e questa coscienza ce l’ho da molto tempo. 
Sono stato condotto a interessarmi alla cultura ebraica con la scoperta dell’antisemitismo e delle ignominie che aveva prodotto. Da Primo Levi ed Elie Wiesel, sono passato alla lettura delle opere di Léon Poliakov. Le opere di Léon Poliakov mi hanno portato a tentare di decifrare ciò che gli antisemiti odiavano, e ho trovato elementi importanti da Winston Churchill il quale, in “The World Crisis”, – l’opera che ha dedicato alla Prima Guerra Mondiale – parla della Legge, e di ciò che “dobbiamo agli Ebrei”: “un sistema di etica che, anche se fosse interamente separato dal soprannaturale, sarebbe incomparabilmente il bene piú prezioso dell’umanità, piú prezioso dei frutti di tutta la saggezza messi insieme”.
Winston Churchill mi ha condotto a rileggere Leo Strauss, dal quale ho imparato la filosofia del Diritto, e a scoprire uno dei suoi libri, “La persecuzione e l’arte di scrivere”, nel quale fa molto riferimento a Moshe Maimonide. La scoperta del pensiero di Moshe Maimonide mi ha portato verso il pensiero ebraico: “La filosofia del giudaismo”di Julius Guttman, poi testi di Mordecai Kaplan, Abraham Joshua Heschel, Joseph Soloveitchik.
Ben sapendo che i miei lettori non potranno tutti dedicare anni allo studio, se dovessi consigliare loro un solo libro al fine di capire, consiglierei loro il voluminoso ma appassionante volume di un autore il quale, come me, non è ebreo: Paul Johnson. L’opera si chiama “A History of the Jews” (Versione italiana: Storia degli Ebrei, Ed. Tea.) […]. E’ l’opera di uno Storico. Un’opera luminosa, appassionante, impeccabile in termini di erudizione, ed è un libro impregnato – verso il popolo ebraico – del solo amore valido ai miei occhi: un amore lucido e pienamente fondato.
Non posso fare di meglio che non citare Paul Johnson, il quale va nella stessa direzione di Winston Churchill: “Il giudaismo spiega che l’essere umano deve essere trattato con rispetto e dignità, e gli si deve l’emergenza di queste idee come principi”. Poi: “Tutte le grandi scoperte dell’intelligenza sembrano evidenti una volta svelate, ma ci vuole un genio tutto particolare per formularle per la prima volta. Il popolo ebraico è portatore di tale genio”.
“Gli dobbiamo l’idea di uguaglianza davanti alla legge, divina e umana, l’idea del carattere sacro della vita, dell’individualità della coscienza e quindi della redenzione personale, della pace come ideale astratto, e dell’amore come fondamento della giustizia, ma anche la maggior parte degli altri elementi che costituiscono il dispositivo etico fondamentale dell’essere umano. Senza gli Ebrei, il mondo sarebbe un posto molto più vuoto”.
Parlerò di ciò che mi lega a Israele in un altro testo. Ma, così come sono un amico indefettibile d’Israele, perché conosco la storia d’Israele, ci tenevo a dire che, in questo preciso momento, in un tempo torbido in cui l’antisemitismo risale da diverse parti, intendo piú che mai essere un amico fedele del popolo ebraico: perché conosco la storia del popolo ebraico. E perché so quello che tutti gli uomini che aspirano a vivere degnamente, ovunque sulla terra, devono al popolo ebraico. So che bisogna essere estremamente attenti.
So anche, e ci tengo a scriverlo, che i nemici del popolo ebraico non possono trionfare, perché ciò che odiano attraverso il loro odio verso gli Ebrei è precisamente questo: ciò che costituisce “il dispositivo etico fondamentale dello spirito umano”.
So che senza questo dispositivo, lo spirito umano si perde, e con lui la stessa umanità.




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16 luglio 2010
La storia mostra il diritto degli ebrei alla loro terra

Cartoline da Eurabia - di Ugo Volli - 16/07/2010 - da Informazione Corretta

Cari amici,
queste sono cartoline, non manuali di storia. Ma dato che mi sono accorto che perfino nel mondo ebraico passa spesso la bufala della questione mediorientale come la disputa su un paese che in antico sì era ebraico, ma che da "2000 anni" sarebbe in mano ai "palestinesi", mi sono deciso ad annoiarvi con un paio di piccoli fatti.

1. Il dominio ebraico antico su quella terra dura parecchio più di un millennio. Lo sappiamo sulla base di dati archeologici e non solo dalle Scritture. Il più antico testo egiziano che nomina gli ebrei come nemici è dell'XI secolo aC, la rivolta di Bar Kochba dopo cui i romani fanno pulizia etnica e rinominano Israele come palestina è del 135 dC. Per confronto il dominio romano nella penisola italiana regge poco più della metà, dal III secolo aC al V dC. Abbastanza, credo, per stabilire una presenza.

2. Dopo la distruzione del Tempio in Israele continua a esserci una cospicua popolazione ebraica, così vitale da produrre insigni fatti culturali: il Talmud gerosolimitano (chiuso nel V secolo), i Massoreti di Tiberiade (attivi fin oltre il X), un'accademia rabbinica riconosciuta da tutto il mondo come la più importante del mondo alla pari di quella babilonese (fino alle Crociate). Nonostante le continue angherie bizantine, proseguite poi dagli arabi Abbassidi, la popolazione restò a lungo prevalentemente ebraica o cristiana. Il bel libro del sociologo delle religioni Rodney Stark, "Gli eserciti di Dio", tradotto in italiano da Lindau, mostra con dati abbondanti come ancora al tempo delle crociate non vi fosse in terra di Israele una maggioranza islamica. Le carte della Geniza del Cairo (A Jewish Archive from Old Cairo, The History of Cambridge University's Genizah Collection, Stefan C Reif, London: Curzon Press, 2000) documentano una continuità di scambi di cose e persone fra le comunità ebraiche di Egitto e Israele che si prolunga fino alle soglie del nostro Rinascimento, come fanno numerosi scritti di viaggiatori (famosi quelli di Beniamino de Tudela).

3. Il paese nel frattempo fu quasi completamente spopolato e desertificato dal disinteresse arabo per l'agricoltura. Solo ben dopo le Crociate e le stragi che ne seguirono iniziò ad esserci una maggioranza islamica. Nel Quattro e Cinquecento arrivano però ad arricchire le comunità ebraiche in Israele i fuoriusciti dalla Spagna, inclusi i grandi cabbalisti: è straordinaria la scuola di Safed (Tzfat), ma parecchi altri vivono a Gerusalemme e altrove. I testi vengono prima pubblicati a Venezia, poi si impiantano anche stamperie. Ci si ferma nel Seicento anche Shabbatai Zvi, con il suo assistente Nathan, che viene normalmente denominato dalla sua città natale "di Gaza".

4. Alla fine del Settecento Napoleone arriva dopo l'Egitto in Israele e assedia Acco. Scrive un proclama in cui dice che intende restaurare la libertà di quelle terre, costituendo uno stato ebraico  (
http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=175461). Dato che tutto era il generale corso, non ancora Primo Console né Imperatore, salvo che un mistico o un visionario, questo significa che esisteva nel paese allora una base ebraica sufficiente a sostenere questa possibilità. Del resto verso metà dell'Ottocento, al primo censimento del paese, la maggioranza della popolazione di Gerusalemme era già ebraica.

5. Se guardiamo alla popolazione musulmana, vediamo che non c'è mai stato uno stato palestinese o un suo autogoverno. Dall'VIII all'XI secolo la "Palestina" fu governata da Damasco e poi da Bagdad, poi per due secoli fu cristiana, quindi conquistata dai Mammelucchi egiziani, infine dal Cinquecento in mano ai turchi  fino alla prima guerra mondiale (il che li autorizzarebbe a tentare una flottiglia per riconquistare il paese per loro, non per i palestinesi...). La capitale provinciale per tutto questo periodo non fu Gerusalemme, ma Damasco. Infatti i palestinesi a lungo si sono definiti "siriani del sud". Dalla seconda metà dell'Ottocento l'immigrazione ebraica non fa che crescere e rafforzarsi, fino a diventare maggioranza nel paese alla metà del secolo scorso.

Conclusione. La presenza ebraica e la pretesa ebraica sulla terra oggi contesa sovrasta quella islamica anche per i secoli in cui gli ebrei furono cacciati e perseguitati. Non vi è stato affatto solo un legame mitico per due millenni fra una popolazione ebraica staccata da Israele come vorrebbero i "postsionisti". La storia mostra un rapporto appassionato, continuo, ininterrotto fra il popolo di Israele e la sua terra. Nel corso dei secoli chi degli ebrei riusciva ad andare a vivere in Israele lo faceva, chi non poteva faceva dei sacrifici per farsi mettere almeno un pugno della terra di Israele nella propria tomba. Se vi è mai stata una popolazione attaccata a una terra, questi sono gli ebrei per quelle colline dolci e oggi finalmente rimboschite fra il fiume e il mare. Altro che "furti" e "terra palestinese".

Ugo Volli




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politica estera
13 giugno 2010
Intelligence and Terrorism Information Center

(Traduzione a cura di Laura Camis de Fonseca)

1. Una prima analisi delle dichiarazioni rese dai passeggeri della nave turca Mavi Marmara all’arrivo sotto traino al porto di Ashdod mostrano che i militanti dell’organizzazione radicale islamica turca IHH1 hanno guidato condotto il confronto violento con l'IDF.
*****
2. Le dichiarazioni hanno confermato che le violenze contro i soldati israeliani non furono spontanee, ma frutto di una operazione premeditata e organizzata da un nucleo di 40 miliziani IHH (tra i 500 passeggeri). I miliziani, che mostravano chiaramente una gerarchia interna, erano saliti a bordo a Istambul senza subire nessun controllo di sicurezza, a differenza degli altri passeggeri che si erano imbarcati ad Antalya, dopo controlli di sicurezza esaustivi.
*****
3. La preparazione da parte dei miliziani incluse la distribuzione di ricetrasmittenti appena saliti a bordo, la presa di controllo del ponte superiore, l’organizzazione di una sala operativa per comunicare, e una riunione d’istruzione due ore prima dell’attacco con Bülent Yildirim, capo dello IHH, che era a bordo in posizione di comando. I miliziani IHH indossavano giubbotti di ceramica e maschere antigas, e avevano molte armi improprie preparate con apparecchiature di bordo (coltelli, asce, cavi metallici, tubi di metallo usati come mazze, chiavi inglesi). Vennero anche dotati di taglierini già accatastati sul ponte superiore.
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4. I passeggeri, compresi i miliziani IHH, hanno dichiarato che c’erano stati stretti rapporti tra l'organizzazione e il Primo Ministro turco Tayyip Erdogan e che il governo turco era stato coinvolto nei preparativi per la spedizione. Le dichiarazioni rafforzano la valutazione iniziale che l'obiettivo della spedizione non fosse soltanto portare aiuti umanitari alla Striscia di Gaza, ma mirasse alla provocazione e allo scontro violento con Israele.
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5. Secondo le dichiarazioni dei passeggeri, il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha stretti contatti con IHH. La flotta partì sapendo che Erdogan era a conoscenza dell’impresa e d’accordo con l’impresa, e intendeva sfruttarla per promuovere la propria immagine in Turchia e mondo arabo-musulmano. I passeggeri hanno dichiarato che prima della partenza il Primo Ministro Erdogan aveva ideato una situazione di potenziale sfida a Israele, da usare per i propri scopi. Le dichiarazioni sono confermate da testi rinvenuti sui computer portatili dei passeggeri.
*****
6. Questo è stato confermato dalla dichiarazione di un giornalista che era in collegamento con i capi del governo turco e con Bülent Yildirim, capo dello IHH. Di seguito sono riportate le dichiarazioni del giornalista, che era un passeggero del Marmara Mavi:A. La base del potere del primo ministro Erdogan è fatta di attivisti dello IHH. Senza il loro aiuto non sarebbe stato eletto primo ministro. B. Il governo turco era il mandante della spedizione alla Striscia di Gaza e il suo obiettivo era mettere Israele in difficoltà: "I Turchi hanno teso la trappola e ci siete caduti."C. La spedizione è stata organizzata con il sostegno del governo turco e su istruzione del primo ministro Erdogan. Benchè tutti sapessero che non avrebbe mai raggiunto Gaza. D. La vicenda della spedizione ha rafforzato l’immagine di Erdogan in Turchia e ne ha fatto il leader del mondo islamico.E. Ci saranno altre tre spedizioni su Israele che ripeteranno lo stesso schema di azione.F. Il giornalista ha dichiarato di aver visitato la Striscia di Gaza come membro di una delegazione umanitaria e di averne riportato l’impressione era che non c'era né scarsità né mancanza [di beni] nella Striscia di Gaza. Ha aggiunto che " è tutta propaganda."
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7. Negli archivi dei computer confiscati ai passeggeri della Mavi Marmara ci sono molte altre conferme del collegamento tra lo IHH e il governo turco:

A. E’ stata trovata una lettera scritta in turco dal capo dello IHH Bülent Yildirim al presidente turco Abdullah Gul, con la richiesta di ottenere il rilascio dell’attivista IHH Izzat Shahin dalle prigioni israeliane.
[Shahin è un attivista IHH inviato come rappresentante della organizzazione in Giudea e la Samaria. La sua attività principale era il trasferimento di fondi alle ‘iniziative di carità’ di Hamas. Fermato per essere interrogato nell’aprile 2010, fu poi espulso su richiesta dei funzionari turchi.]
B. Secondo un documento, IHH acquistò la Mavi Marmara dalla società turca IDO (File: IHH Basin Agiflamasi Gemi.com) [Nota: La IDO, Istanbul Deniz Otobusleri fu fondata nel 1987 dala città di Istanbul per fornire servizi di trasporto ai residenti di Istanbul. L'azienda, la più grande del suo tipo al mondo, si unì alla City Line Ferry Services nel 1995 ed è oggi il principale fornitore di trasporto su acqua a Istanbul e nel Mar di Marmara.] I PASSEGGERI DEL MAVI MARMARA
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8. I passeggeri della Marmara Mavi hanno detto di erano stati reclutati per la spedizione tramite stampa, televisione e siti internet, che portavano i numeri di telefono e indirizzo e-mail dello IHH. In questo modo sono stati reclutati 500 passeggeri, in massima parte volontari.
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9. Oltre ai normali passeggeri. sul Mavi Marmara c’erano 40 attivisti turchi dello IHH. turco. Questo era uno zoccolo duro di Turchi reclutati appositamente per la missione. Avevano una gerarchia definita dalla zona di provenienza e dagli obbiettivi (ogni zona di provenienza aveva capi e reclutatori diversi). A bordo i passeggeri erano separati dal nocciolo duro degli attivisti dello IHH.
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10. Il nucleo degli attivisti salì a bordo a Istanbul senza controlli di sicurezza, a differenza degli altri passeggeri, imbarcati ad Antalya dopo un esame accurato (Vedi sotto). A bordo ricevettero ricetrasmittenti per comunicare. Alcuni avevano adesivi con la scritta "Servizio di sicurezza [khares amni]."
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11. I passeggeri volontari erano arrivati ad Antalya il 26 e 27 maggio con mezzi propri. Prima che la nave salpasse ci fu un incontro a Antalya per l’istruzione finale. Molti avevano grandi somme di denaro in tasca (decine di migliaia di euro), apparentemente ricevuti dopo che la nave venne fermata in mare. Si trattava probabilmente di fondi destinati ad Hamas (i passeggeri hanno dichiarato che il denaro era per uso personale).

IL VIAGGIO IN MARE
12. La nave salpò da Istanbul con 29 membri dell'equipaggio e i 40 miliziani dello IHH . Le attrezzature caricate non subirono nessun controllo di sicurezza. La nave salpò per Antalya, dove gli altri passeggeri vennero passato ai raggi X prima dell'imbarco. I passeggeri salirono a bordo in base ad una lista preparata dallo IHH e dalle dogane turche, responsabili dei controlli di sicurezza
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13. Durante il viaggio di un gruppo di attivisti dello IHH sorvegliava la nave. Controllavano i passaggi e non permettevano ai passeggeri di salire sul ponte superiore. Limitavano anche i movimenti dell’equipaggio, che doveva avere il permesso dello IHH per spostarsi. Inoltre fu istituita una sorta di sala operativa per le comunicazioni dello IHH.

I PREPARATVI PER LA RESISTENZA VIOLENTA A IDF
14. Secondo le dichiarazioni dei passeggeri, l'obiettivo principale degli organizzatori della spedizione era " mostrare il vero volto di Israele al mondo" e non portare aiuti alla Striscia di Gaza. Era ovvio per loro che si sarebbero scontrati con Israele prima di raggiungere la Striscia.
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15. Prima del confronto con l'IDF i passeggeri di prepararono alla resistenza violenta sotto la guida del nocciolo duro degli attivisti dello IHH.
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16. I preparativi per il confronto con l'IDF inclusero:
A. Un raduno del nocciolo duro prima di affrontare lo IDF (istruzioni date da Bülent Yildirim).
B. La separazione dei passeggeri volontari dal nocciolo duro e il loro invio ai ponti inferiori (i passeggeri che non partecipavano alla resistenza allo IDF vennero mandati sul ponte inferiore con l’istruzione di rimanerci).
C. Indossare giubbotti antiproiettile e maschere antigas.
D. Armarsi con armi improprie raccolte e fabbricate a bordo. Tra questi coltelli, asce, attrezzi, cavi metallici, mazze metalliche segate dai parapetti della nave con seghe circolari appositamente portate a bordo). Dadi metallici vennero sparsi sul ponte ostacolare il passo.
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17. Gli attvisti IHH vennero istruiti a non permettere che i soldati dell'IDF salissero sulla nave e gettar a mare quelli che ci fossero riusciti. Giunti al momento dell'arrembaggio dello IDF, il capo dello IHH Bülent Yildirim diede ordine agli attivisti del nocciolo duro di formare una catena umana e di utilizzare sedie e mazze per respingere i soldati e gettarli a mare.
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18. Quando le barche della marina israeliana contattarono la nave e gettarono i rampini per salire a bordo, gli attivisti li sganciarono gettandoli giù.

ARMI TROVATE SULLA NAVE
19. Queste le armi che, secondo le dichiarazioni rese, erano state preparate in anticipo:
A. Un centinaio di giubbotti di ceramica con la bandiera turca. Vennero indossati dagli attivisti dello IHH, dai medici e dai corrispondenti (come preparazione ad eventuali atti violenti).
B. Duecento maschere antigas.
C. Un gran numero di fionde
D. Otto asce tolte alle postazioni antincendio della nave.
E. Decine di coltelli, per lo più presi dalla cucina e dalle sei caffetterie a bordo. C’era anche un coltello a serramanico.
F. Cavi d’ acciaio e barre di metallo segate dai parapetti della nave.
G. Mazze di legno.
H. Martelli e altri utensili.
I. Dadi metallici sparsi sul ponte superiore per ostacolare i movimenti dei soldati.
J. Rulli per verniciare cui erano state tolte le spugne, per usarle come mazze.

CHI ERANO I MORTI
20. Otto dei nove morti furono identificati - durante l'interrogatorio dei passeggeri - come attivisti e volontari dello IHH. Uno di loro era un fotografo dello IHH (la nona persona non è stata identificata).

APPENDICE - LA DICHIARAZIONE DI UN UFFICIALE A BORDO DELLA MAVI MARMARA
1. I punti principali della dichiarazione di un ufficiale della Mavi Marmara:
A. Il carico caricato a Istanbul consisteva di medicine e di prodotti di prima necessità (secondo le scritte sugli imballaggi).
B. La nave salpò con 29 membri dell'equipaggio e 40 attvisti dello IHH. Il capo del gruppo era Bülent Yildirim. Un certo Rajip era responsabile per la logistica. C'era un attivista di nome Tonj
C. Gli altri passeggeri si imbarcarono ad Antalya in base all’elenco nelle mani dello IHH e delle dogane turche. Da Antalya salparono verso Cipro, dove si aggiunsero le altre navi.
D. Prima che i passeggeri salissero a bordo, il capitano chiese all’equipaggio di assicurarsi che non ci fossero armi o qualche cosa che potesse essere considerata un'arma.
E. Quando gli attivisti dello IHH salirono a bordo ricevettero delle ricetrasmittenti per poter assumere il controllo della nave. Guardie vennero poste nei corridoi per impedire ai passeggeri di raggiungere il ponte superiore. I movimenti dell'equipaggio vennero limitati e richiesto un permesso dello IHH per spostarsi.
F. Le istruzioni venivano impartite ai passeggeri dagli attivisti dello IHH tramite la TV a circuito chiuso della nave. In aggiunta era stata preparata una sorta di sala operativa e di comunicazione per i corrispondenti dello IHH.
G. Gli attivisti dello IHH hanno usato seghe circolari per segare il parapetto della nave in barre metalliche. Avevano anche barre di acciaio tolte alle scialuppe di salvataggio. Sentendo il rumore delle seghe, il capitano inviò due marinai a scoprirne l’origine. Costoro videro che gli attivisti dello IHH avevano portato seghe sul ponte contro gli ordini del capitano, e le utilizzavano per tagliare i parapetti della nave in sbarre metalliche. Trovarono tre seghe e le confiscarono.
H. In retrospettiva è ovvio che l'incidente era stato organizzato in anticipo. L'ufficiale affermò di non aver capito che cosa stava succedendo durante il viaggio perché si teneva a distanza dai passeggeri.

1. Per ulteriori informazioni vedere il bollettino del 27 maggio 2010, "IHH, che svolge un ruolo centrale nell'organizzare la spedizione alla Striscia di Gaza, è una organizzazione turca di aiuti umanitari di orientamento radicale islamico anti-occidentale. Oltre a legittime attività filantropiche sostiene reti islamiche radicali, compreso Hamas, e - almeno in passato - anche parti del jihad globale".



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politica estera
21 aprile 2010
Israele ha il diritto di difendersi dalla Siria e da Hezbollah

di Elliott Abrams - Tratto da National Review Online - 20/04/2010

Secondo recenti indiscrezioni di stampa, Israele sostiene che la Siria stia fornendo ai terroristi libanesi di Hezbollah i missili balistici a corto raggio SCUD. A questo punto, Israele dovrebbe bombardare la Siria per fermarli? Visto che le accuse e le minacce da entrambi gli schieramenti si moltiplicano, vale la pena ricordare la storia della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L’11 agosto del 2006, il Consiglio Onu adottò la Risoluzione 1701 come il primo passo per mettere fine all’atroce guerra che si stava combattendo in Libano tra le forze israeliane e quelle di Hezbollah. La risoluzione fu il frutto di lunghi negoziati che hanno coinvolto in primo piano gli Stati Uniti, la Francia e i governi israeliano e libanese. Il testo finale evidenziava chiaramente – più e più volte – che alla Siria veniva proibita la fornitura d’armi agli Hezbollah. Le principali clausole del testo recitano così: 

“Il Consiglio di Sicurezza, ...

Felicitandosi degli sforzi del primo ministro libanese e dell’impegno del governo libanese… a estendere la propria autorità su tutto il territorio attraverso le proprie forze armate riconosciute in modo che non possano esserci armamenti se non con il consenso del governo del Libano…

Sottolinea l'importanza dell'estensione del controllo del governo del Libano su tutto il territorio libanese… per l'esercizio della sua piena sovranità, in maniera tale che non possano esserci armamenti se non con il consenso del governo del Libano e non possa esserci altra autorità che quella del governo del Libano…

Chiede al governo del Libano di controllare i propri confini e tutti gli altri varchi d'accesso per impedire che armi e altri materiali simili siano importati in Libano senza il suo consenso…

Decide inoltre che tutti gli Stati adottino le misure necessarie per impedire a propri cittadini, o dal proprio territorio, o utilizzando navi battenti bandiera del Paese, o velivoli… la vendita o la fornitura a nessuna entità o individuo in Libano di armamenti e materiali di alcun tipo, incluse armi e munizioni, veicoli militari e equipaggiamenti, equipaggiamenti paramilitari e parti di ricambio per i suddetti, siano o no prodotti nei loro territori.” 

Se oggi il testo ci sembra chiaro, e persino ripetitivo, a quel tempo era molto meno evidente. Mentre la risoluzione veniva abbozzata e discussa, il governo di Israele si rivolgeva al governo americano per chiedere un chiarimento critico. Gli israeliani si chiedevano che cosa sarebbe accaduto se la Siria avesse violato la risoluzione. Gli Usa sarebbero stati d’accordo con Israele se quest'ultimo avesse avuto il diritto di bombardare tutti i camion che dalla Siria avessero trasportato missili o razzi verso il Libano per consegnarli agli Hezbollah? La risposta fu tanto chiara quanto lo era stata la domanda: sì. Raggiunta l’intesa su questo punto, Israele decise di accettare la Risoluzione 1701 e iniziò a ritirarsi dal Libano. Senza l’accesso alle più recenti informazioni dell’Intelligence americana e israeliana, non possiamo sapere se la Siria ha davvero inviato agli Hezbollah gli SCUD, i missili capaci di colpire Tel Aviv e tutte le città israeliane. Ma non sappiamo neanche se sono vere le altre versioni giornalistiche che sostengono che la risposta americana alla richiesta israeliana di bombardare i convogli di camion fu negativa. In realtà, è un fatto improbabile; in quelle circostanze, sarebbe stato davvero insolito per Israele chiedere il permesso, non più insolito di quando decise di bombardare il reattore nucleare - senza consultarsi con gli Usa - fornito dalla Corea del Nord alla Siria che lo stava costruendo. Ma queste vicende danneggiano i rapporti tra gli Stati Uniti e Israele e riducono la deterrenza nei confronti della Siria. Sia per gli Usa che per Israele sarebbe molto meglio un immediato chiarimento: la fornitura di missili SCUD agli Hezbollah è una violazione della Risoluzione 1701 e Israele ha il diritto di agire per prevenirne l’approvvigionamento, sia in base alla Risoluzione 1701 sia nell’esercizio del diritto di autodifesa. Dovrebbe inoltre restare chiaro che, se Israele colpirà gli obiettivi, avrà il sostegno americano e che gli Usa porranno il veto in ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza che criticherà Israele per l’attacco. Alcuni ritengono che l’invio di un ambasciatore americano in Siria, per la prima volta dal 2005, potrebbe essere utile per riuscire a inoltrare dei messaggi al regime di Assad. Ma il migliore messaggio che gli Usa possono mandare non ha bisogno di un ambasciatore a Damasco, bensì di maggiore chiarezza a Washington: non sarà tollerato l’invio di SCUD agli Hezbollah e le azioni militari israeliane intraprese per impedirne la fornitura avranno il pieno sostegno americano.




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politica estera
20 marzo 2010
La presidenza degli Stati Uniti troppo ostile ad Israele

di Giuseppe D. - 20/03/2010

Visto l’ultimo irresponsabile statement dell’amministrazione Obama in seguito all’annuncio della costruzione di 1600 appartamenti nella capitale dello stato ebraico, Israele a questo punto dovrebbe affrancarsi da un'America ostile. Per gli aerei da caccia e i missili pazienza, si troveranno altrove (non li costruiscono solo gli Usa e Israele si costruisce da sola blindati, carri e quasi tutto il resto). Per l'aiuto americano in sede Onu non è più scontato. Per gli aiuti in soldoni, contribuiscono solo per circa il 2 per cento all'economia israeliana, si può sopravvivere. E poi questi aiuti gli USA li elargiscono quasi in egual misura ad Egitto ed Arabia Saudita. Inoltre pochi sanno che si tratta solo di finanziamenti per la spesa militare, in quanto gli aiuti civili sono cessati nel 2008. Riguardo quindi ad un’eventuale rottura con gli USA, ovviamente Israele perderebbe il loro "aiuto" ma agli Stati Uniti verrebbero meno parecchie cose, una su tutte i rapporti di intelligence dei servizi israeliani molto utili a Washington per la lotta al terrorismo, oltre a parecchio equipaggiamento tattico brevettato in Israele ed utilizzato dai soldati USA in Iraq e Afghanistan. Perderebbero inoltre l'unico alleato mediorientale in grado di aiutarli sul campo e anche parecchi brevetti scientifici che Israele gira agli Usa come payment per gli aiuti economici. Senza dimenticare che anche gli aiuti per le spese militari vengono reindirizzati agli americani come commesse per armi e velivoli da caccia. Infatti dei 3 miliardi circa di dollari consegnati dagli Stati Uniti ogni anno, solo 690 milioni di dollari vengono trasferiti effettivamente in Israele. Il resto (il 75% del contributo) rimane negli USA e costituisce un sussidio indiretto del governo ai produttori di armi degli Stati Uniti (Boeing, Lockheed, McDonnell Douglas) potenziando in tal modo l'occupazione statunitense. Dunque, cosa accadrebbe ad Israele se non ricevesse più gli "aiuti" militari dagli Stati Uniti? Probabilmente molto meno di quanto si possa immaginare. Israele è diventato il quarto più grande esportatore mondiale di armi nel 2007, dopo la firma dei contratti del valore di 4.3 miliardi di dollari, secondo il ministero della Difesa. Solo gli Stati Uniti, Russia e Francia hanno un'esportazione maggiore. Come pre-condizione per ricevere aiuti militari dagli Stati Uniti, ad Israele è proibito esportare gran parte degli armamenti sviluppati nel proprio paese. E 'inoltre vietato l'acquisto di tecnologie militari da alcuni paesi e lo sviluppo di alcuni progetti che potrebbero aiutare lo stato ebraico a diventare militarmente indipendente. Se l'America sospendesse gli aiuti militari a Israele, causerebbe oltretutto perdite di posti di lavoro nelle sopracitate fabbriche di armi negli Stati Uniti, Israele potrebbe cominciare a vendere armi ai paesi che sono al momento preclusi dall'accordo e finalmente potrebbe sviluppare i propri sistemi di difesa i quali progetti sono per ora bloccati.
Il vergognoso e continuo assalto dell'amministrazione Obama a qualsiasi atto dello stato ebraico non può continuare a rimanere impunito, soprattutto considerando che ai palestinesi non viene richiesto praticamente nessun contributo per una soluzione pacifica della questione. Senza considerare che un eventuale ulteriore congelamento o arresto delle costruzioni in Giudea Samaria e Gerusalemme, farebbe cadere il governo Netanyahu, con gravi conseguenze per quanto riguarda la sicurezza dello stato ebraico. Certo viene da pensare che il comportamento dell'amministrazione Obama denoti la volontà di perseguire anche questo obiettivo. Infatti come dice Caroline Glick, l'atteggiamento di Obama non è più quello del mediatore per la pace, ma quello dell'avversario di Israele.




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politica estera
19 marzo 2010
Gli Usa e Israele sono ai ferri corti perché il "processo di pace" è fallito
di Roberto Santoro - l'Occidentale - 17/03/2010 

Netanyahu risponde picche all’amministrazione Obama annunciando che il piano per la costruzione dei nuovi insediamenti a Gerusalemme Est proseguirà, i palestinesi scendono in piazza per la “Giornata della rabbia” e Hamas minaccia di scatenare la “Terza Intifada”, Obama annulla la visita dell’inviato Mitchell in Medio Oriente e pone le sue condizioni all’alleato israeliano: marcia indietro sugli insediamenti e inclusione dello status di Gerusalemme nel negoziato con l'ANP. Ma a guardare come sono andate le cose negli ultimi giorni, si può dire che il processo di pace iniziato a Oslo nel 1993 è definitivamente fallito. Lo stato ebraico ne esce indebolito sul piano internazionale, attaccato dai suoi alleati di sempre – gli Usa – e pesantemente redarguito da Mister Pesc e dal Segretario generale delle Nazioni Unite, che dichiara: “A Gaza è tempo di cambiare direzione”.

La scelta del ministero degli interni israeliano di annunciare la costruzione degli insediamenti proprio durante la visita del vicepresidente americano Biden è stata intempestiva, come pure è facile prendersela con i coloni, credendo che proprio gli insediamenti hanno finito per minare l’autorità, la legge e la stessa democrazia israeliana. In realtà, come ha scritto Bret Stephens, quella israelo-palestinese non è semplicemente una questione “territoriale”, bensì “esistenziale”, una lunga Storia in cui lo Stato ebraico, con il passare del tempo, ha accettato di fare sempre più concessioni ai suoi rivali, abituandosi all’idea di dover vivere a fianco della nazione palestinese, mentre al contrario né l'ANP né tantomeno Hamas sono mai stati propensi a fare lo stesso con gli israeliani. Il risultato del processo di pace e della politica delle concessioni, quindi, è stato quello di alienarsi gli alleati e di finire alla stregua di uno “stato-paria” all’interno della comunità internazionale.

Viene da chiedersi quanto sia convenuta una politica del genere ai governi che si sono succeduti in Israele, quanto siano state utili le proposte avanzate da Barak, Olmert e Netanyahu (la spartizione di Gerusalemme, una giurisdizione internazionale sui luoghi santi, uno status per i rifugiati palestinesi, per non parlare del ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza…), e se per Tel Aviv fosse stato meglio non cedere neppure un centimetro della “terra palestinese”, visti i risultati delle trattative. Da quando Israele ha legato la sua legittimazione internazionale alla politica delle concessioni, la sua reputazione si è costantemente ridotta, fino ad oggi, quando Obama si è rivolto a Netanyahu con dei toni tutt’altro che deferenti, anzi fortemente critici e prescrittivi. Un linguaggio, quello usato dalla Casa Bianca e dal Dipartimento di Stato, molto diverso da quello utilizzato con l'Iran nucleare e il suo alleato siriano, con i nordcoreani, Chavez e tutti gli altri avversari storici dell'America. Come ha scritto Elliot Abrams, il verbo usato dall’amministrazione americana, “condanniamo” la costruzione degli insediamenti, è incendiario, “e i funzionari americani di solito lo riservano per atti di terrore o per omicidi, non certo per questioni legate all’edilizia”.

Ecco dove ha portato il riconoscimento dei “diritti legittimi” dei palestinesi da parte dei politici israeliani dall’inizio degli anni Novanta ad oggi: i palestinesi hanno diritto di protestare contro l’occupazione, mentre Israele deve ritirarsi se vuole ottenere una coesistenza pacifica. Nel 2005, il ritiro da Gaza. Nel 2006, la promessa di Olmert di lasciare la West Bank. Il risultato: dopo il ritiro dalla Striscia gli islamo-fascisti di Hamas iniziano a martellare il Negev e le città israeliane con migliaia di missili e corpi di mortaio; Israele interviene con una operazione militare dolorosa, sanguinosa ma necessaria; la comunità internazionale condanna “Piombo fuso” e il rapporto Goldstone riduce i soldati israeliani a dei criminali di guerra. Ma basta guardare al numero delle vittime fra i palestinesi per comprendere quanto è stata fallimentare la politica delle concessioni: i morti a Gaza sono progressivamente aumentati dopo il ritiro dei coloni, mentre sono diminuiti nella West Bank, grazie alla barriera difensiva, ai valichi, alle stretta sulla sicurezza. Là dove questa sicurezza non c’è, Hamas si riprende il territorio, riorganizzandosi e usando gli scudi umani come deterrente.

Israele si è abituata a tutto, ai missili, agli scambi impari di prigionieri, ai kamikaze, finendo per credere che la sua stessa esistenza dipendesse dal processo di pace; ma ad ogni fallimento dei negoziati il conflitto si è inasprito. Per i palestinesi c’è poco da trattare e moltissimo da rivendicare: Gerusalemme Est capitale, il rientro di milioni di profughi arabi nello stato ebraico, la rinuncia da parte israeliana ad essere una democrazia che ha le sue radici nel mondo biblico. L’America e l’Europa, d’altra parte, hanno rinunciato a qualsiasi critica verso i palestinesi, mentre questi ultimi nel 2009 hanno sabotato l’andamento delle trattative, senza che l’amministrazione americana si arrischiasse neppure una volta a tirare per le orecchie Abu Mazen e i cosiddetti “moderati”.

Come ha spiegato Barry Rubin, gli Usa continuano a credere che per tenersi buoni gli arabi e il mondo musulmano devono puntare sulla soluzione del conflitto palestinese. In questa prospettiva, difendere i palestinesi dovrebbe servire a proteggere le proprie truppe in Iraq e Afghanistan, e a preservare il suolo americano da nuovi attacchi di Al Qaeda; se non fosse che questi scenari non hanno nulla a che fare con la “causa” palestinese. Al Qaeda non ha in mente di distruggere l’Occidente per vendicarsi delle ingiustizie israeliane, vuol farlo perché è animata da una ideologia imperialistica. 

Le parole rivolte da Netanyahu all’alleato americano lasciano intendere che forse è venuto il momento di finirla con il mito della “pace a tutti i costi”. Israele, ha detto il premier, non deve tirarsi indietro: “Le costruzioni a Gerusalemme andranno avanti, secondo quella che è stata la consuetudine negli ultimi 42 anni”. Lo stato ebraico non rinuncerà ai suoi territori, che non sono una specie di “compensazione” per l’Olocausto, come ha detto una volta Obama, ma appartengono al popolo ebraico da migliaia di anni. Una linea intransingente che ieri ha spinto il segretario di Stato Clinton a più miti consigli: Washington "ha un impegno assoluto a difesa della sicurezza di Israele. Abbiamo un legame stretto e indistruttibile tra Israele e gli Stati Uniti". Se la Casa Bianca vira a sinistra, infatti, il Congresso, gran parte del Partito Democratico, e la maggioranza degli americani non hanno intenzione di tradire Israele.




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sentimenti
25 gennaio 2010
Lettera aperta al Presidente della Royal Academy - Londra
di E.S. Amar - Informazione Corretta - 25/10/2010

Egregio Professore,

scrivo a lei che ha fortemente voluto, e poi imposto, il boicottaggio dei medici, delle Università e delle strutture ospedaliere israeliane. Boicottaggio che ben si spiega in una nazione che fu la prima, nel lontano 1290, ad espellere gli ebrei dalle regali terre. Boicottaggio iniziato nel 2007 alla University and College Union britannica che faceva propria la precedente proposta di 130 medici britannici di espulsione della Israel Medical Association dalla World Medical Association. Ho appena letto, egregio Professore una notizia che, mi rendo conto, deve averla turbata non poco. La notizia proviene da Port au Prince, poverissima capitale di Haiti dove, da tutto il mondo, arrivano aerei e navi carichi di persone e beni di prima necessità per ricostruire un paese che non esisteva neanche prima del terremoto. Ebbene, a Port au Prince 20 dei medici e degli infermieri che la Gran Bretagna ha inviato in soccorso di quei poveretti non hanno trovato nulla di meglio da fare che recarsi all'ospedale israeliano per chiedere di restare lì a lavorare perché quella, sostengono, è l'unica unità che riesca ad operare in modo professionale. Addirittura, tutte le mattine, alle 7, fanno la loro adunata di fronte alla bandiera israeliana. Egregio Professore, capisco il suo profondo turbamento. Nonostante la sua decisione di boicottare medici ed ospedali israeliani, 20 di coloro che dovrebbero seguire le sue direttive hanno osato rivolgersi proprio ai medici israeliani. La capisco, egregio Professore, è sempre più difficile, nel XXI secolo, farsi obbedire dai propri collaboratori. Non la trattengo oltre per non farle perdere neanche un minuto del suo tempo prezioso; immagino che ora sarà già in contatto con i suoi corrispondenti di tante altre nazioni, come il tedesco (un'intera squadra specializzata in chirurgia e ginecologia, mandata dalla Germania, ha preso la stessa decisione dei 20 sudditi di Sua Maestà), o il colombiano (una sua squadra di chirurghi ha perfino portato nell'ospedale israeliano tutte le attrezzature che avevano portato ad Haiti dal sud America).
Non si dimentichi, egregio Professore, di parlare anche con il suo omologo russo: deve assolutamente raccomandare ai suoi medici, solitamente attenti a capire con chi hanno a che fare, di non chiedere neppure in prestito medicine ed attrezzature israeliane, come stanno facendo; devono capire che, con certa gente, non si deve proprio avere rapporti. Mossad e altri infami individui abbondano in certe zone.

Distinti saluti
Emanuel Segre Amar




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politica estera
9 gennaio 2010
Il vero obiettivo di Abbas

di Kahaled Abu Toameh - 9/01/2010

I leader dell’Autorità palestinese hanno raggiunto la conclusione che, date le circostanze, sarebbe una perdita di tempo tornare al tavolo dei negoziati con Israele. Sono convinti che l’unico modo di ottenere qualcosa sia di cavalcare le pressioni esercitate dalla comunità internazionale contro lo Stato ebraico. E’ per questa ragione che i rappresentanti palestinesi hanno negoziato il processo di pace con europei e americani, piuttosto che con gli israeliani. I capi palestinesi di Ramallah sono sì impegnati in discussioni circa il processo di pace, però con i ministri degli Esteri di Francia, Svezia, Norvegia, Germania e Regno Unito, e non con Israele. Quasi ogni passo preso dalla leadership palestinese in merito al processo di pace, è strettamente coordinato con le diplomazie occidentali. Credono che, in questo momento, Israele sia più isolato che mai nell’arena internazionale, soprattutto alla luce del rapporto Onu sulla guerra di Gaza, il “Goldstone Report”.

La leadership palestinese ha deciso di confrontarsi con Israele nell’arena internazionale, e non al tavolo dei negoziati. La strategia di Abbas è quella di isolare ulteriormente Israele, attraverso boicottaggi, risoluzioni anti-israeliane dell’Onu e altre iniziative internazionali. La leadership palestinese vede l’appoggio ai palestinesi crescere in molte capitali europee, ed è convinta che questo appoggio si tramuterà in pesanti pressioni su Israele.  Per questo Abbas si è deciso di restare a guardare, e aspettare. Calcola che più lunga è l’attesa, più forte sarà la pressione esercitata su Israele. I leader palestinesi constatano che l’Onu e quasi tutti i governi europei in merito al conflitto arabo-israeliano hanno assunto il punto di vista palestinese, secondo cui Israele deve ritirarsi entro i confini del 1967, in essi inclusa la linea che divide in due Gerusalemme, e permettere in quei territori l’insediamento di uno stato controllato da Fatah.Vedono che in Occidente crescono i sentimenti anti-israeliani, e sperano che Israele non sarà in grado di sopportare a lungo ostilità, isolamento e boicottaggi. Abbas crede che la comunità internazionale stia conducendo negoziati con Israele per conto dei palestinesi. E’ fermamente convinto che solo una crescente pressione su Israele, e non i negoziati, potranno portare a un completo ritiro entro le frontiere del ’67.

E dato che tutto il mondo, a eccezione forse dell’amministrazione Usa, “è con noi”, perché prendersi il disturbo di tornare a negoziare con Israele? La ledership palestinese è convinta che è solo questione di tempo prima che Israele si arrenda alla crescente pressione internazionale. Negoziando con Abbas e il suo governo, i governi occidentali stanno, in effetti, trattenendo i palestinesi dal riprendere i colloqui di pace con Israele. Invece di negoziare con Abbas, quei governi dovrebbero chiedergli di tornare a negoziare con Israele al più presto, prima che sia troppo tardi. Ma per il momento sembra che Abbas non abbia alcuna fretta. E’ per questo che coloro i quali credono che i negoziati di pace possano “riprendere vita” in un prossimo futuro, sono preda di un’illusione. Abbas ha posto chiaramente le sue condizioni, e sta aspettando che la comunità internazionale lo aiuti a raggiungere i suoi obiettivi.

Se Abbas volesse dimostrare quanto va dicendo, ovvero che Israele “non vuole la pace”, allora dovrebbe tornare al tavolo dei negoziati domani mattina stesso, e mostrare al mondo quale delle due parti è da incolpare per lo stallo in cui si trovano le trattative.




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politica estera
26 novembre 2009
Insediamenti israeliani... pregiudizio o misconoscenza dei fatti?

di Giuseppe D. - 26/11/2009

Contrariamente a quanto sostengono in molti, gli ebrei hanno vissuto in Judea e Samaria (West Bank o Cisgiordania) e nella striscia di Gaza dalla notte dei tempi, fino alla guerra d’indipendenza del 1948, quando furono costretti ad affrontare l’invasione delle armate Arabe. A Hebron, la comunità ebraica è sempre esistita durante l’impero Ottomano, fino al loro massacro durante la rivolta araba del 1929. Alcuni insediamenti come Neve Ya’acov e il blocco di Gush Etzion nacquero sotto l’amministrazione del Mandato Britannico, che permise gli insediamenti ebraici in quelle aree. Nonostante le autorità del Mandato Britannico non fossero particolarmente solidali con la causa Sionista, permisero la creazione degli insediamenti ebraici in tutte le aree ad est del fiume Giordano, implementando il mandato della Lega delle Nazioni. Infatti il mandato permetteva gli insediamenti ebraici in tutte le aree sotto il controllo Britannico, compreso quasi l’ottanta per cento delle terre mandatarie che gli inglesi diedero per creare la Trans-Giordania. Gli inglesi però “girarono” queste terre all’Emiro Abdullah e proibirono la costruzione di insediamenti da parte degli ebrei.
 
Ma perchè Israele ha continuato ad espandere gli insediamenti? Sono questi un reale ostacolo per la pace?
 
Vi sono svariate motivazioni al riguardo:
 
-  La terra è contesa. Sia gli arabi che gli ebrei avevano “crediti” su di essa e poiché non vi era altra autorità sovrana, Israele, che rappresentava gli ebrei palestinesi, aveva lo stesso diritto di stabilirvisi come gli arabi palestinesi. L'ultimo sovrano, riconosciuto a livello internazionale è stato l'Impero Ottomano, un “governante” distante ed opprimente. Israele conquistò la West Bank alla Giordania, che aveva invaso la Judea e Samaria nel 1948 quando era appena uscita dal Mandato Britannico. Gaza è stata conquistata dall’Egitto, che l’aveva invasa nel 1948. Non c'è mai stato uno stato chiamato Palestina o un altro paese che Israele ha invaso e al quale ha "rubato la terra".
-  Vi erano comunità ebraiche ed abitanti ebrei residenti in West Bank da molto prima del 1967 e del 1948. Per esempio a Gush Etzion e a Hebron, famosi luoghi della storia ebraica dove gli ebrei furono uccisi nei massacri compiuti dagli arabi. Oppure nel villaggio di Kfar Etzion o in altri villaggi caduti nelle mani arabe nel conflitto del 1948, i cui abitanti furono sterminati dagli eserciti del nemico. I figli e le figlie dei residenti di questi villaggi furono i primi a tornare dopo la guerra del 1967. Perché negare loro il diritto di tornare a risiedere dove erano nati?
-  La terra apparteneva agli ebrei. Vicino Gerusalemme, per esempio, i palestinesi descrivono Gilo come un quartiere costruito sulla "West Bank terreno annesso a Gerusalemme", che essi considerano un "insediamento ebraico illegale". Improvvisamente Gilo, parte integrante di Gerusalemme considerata tale per anni, sembra oggetto di negoziato, almeno nella mente del pubblico. Per quanto riguarda l'illegalità di Gilo, la terra vacante nella zona di Gilo è stato acquistata, prima della seconda guerra mondiale, da un gruppo di giovani avvocati ebrei, tra cui Dov Yosef, che divenne in seguito uno dei consiglieri più importanti di David Ben Gurion e di altri ministri del governo. Quando il terreno è stato riconquistato alla Giordania nel 1967, è stata restituita ai legittimi proprietari.
-  La cosiddetta West Bank, secondo la Bibbia e la tradizione, rappresenta la culla della civiltà ebraica, ed alcuni ebrei, spinti dalla fede e dalla storia, hanno voluto riaffermare il legame con la loro terra. La zona era chiamata Judea e Samaria, il suo nome nella Bibbia fino al 1950, quando la Giordania, un paese arabo creato arbitrariamente da parte degli inglesi sul 77% del Mandato per la Palestina, l’ha annessa e rinominata Cisgiordania.
-  Il governo israeliano ritiene che alcuni insediamenti potrebbero essere utili per la sicurezza dello stato e utilizzabili come “buffer zones” (zone cuscinetto) in caso di futuri attacchi arabi come quelli del 1948, 1967, 1973.
-  Alcuni funzionari israeliani ritengono che la costruzione degli insediamenti, creando così “fatti sul terreno”, potrebbe affrettare il giorno in cui gli arabi palestinesi, probabilmente rendendosi conto che il tempo non era dalla loro parte, giungano finalmente ad un accordo di pace.
 
In molte parti del mondo, non è considerata una catastrofe se qualcuno di nuovo arriva in città e compra una fattoria o una casa. Solo in alcune parti arabe del Medio Oriente è un affronto inaccettabile: un ebreo non può arrivare con l'intenzione di rimanere. E l'opinione pubblica mondiale accetta solo questo tipo di comportamento: quando è l'ebreo che viene respinto. Se ad una persona di colore è negato il diritto di acquistare una casa nella comunità di sua scelta, questo rifiuto è considerato giustamente una discriminazione razziale. Se un cattolico non può trasferirsi in un quartiere protestante è discriminazione religiosa. E gli americani, compresi gli ebrei, sono molto attenti ad evitare ogni apparenza di discriminazione contro i musulmani. Ma se un ebreo vuole acquistare un posto dove vivere in West Bank, questa è considerata una brutale "invasione" israeliana. Respingendo violentemente l'insediamento ebraico, gli arabi palestinesi mostrano un comportamento inaccettabile dal mondo civilizzato. In questo essi richiamano l'atteggiamento della maggior parte degli altri paesi musulmani che vietano agli ebrei di abitarvi, e nei quali vendere o affittare terra ad un ebreo può portare alla pena di morte. Queste pratiche dovrebbero essere universalmente condannate e respinte. Gli arabi insistono sul fatto che è inaccettabile che qualche centinaio di migliaia di ebrei vivano in mezzo a milioni di arabi, mentre i cittadini arabi di Israele sono quasi il 20% della popolazione di Israele.
Il governo israeliano non si mosse a vietare gli insediamenti (che avrebbe richiesto nuove leggi) e, di fatto, ha offerto incentivi finanziari per gli ebrei a trasferirsi nei territori. Ma queste comunità non hanno nessuna intenzione di sfruttare ogni proprietà araba o ricollocare qualsiasi comunità o azienda araba. Gli insediamenti ebraici sono stati stabiliti solo su:
• Terreno in pre-esistenti comunità ebraiche
• Terra senza proprietario (che era precedentemente controllata dalla Giordania e non aveva un possessore privato)
• o su terreni acquistati da proprietari stabiliti.
L'idea propagandistica degli arabi palestinesi di essere "costretti ad abbandonare" non è corrispondente al vero. Molta terra era ancora inutilizzata o utilizzata parzialmente. Molti ebrei hanno acquistato il terreno o l'abitazione e si sono trasferiti in West Bank. Quando è stato coinvolto il suolo pubblico, gli insediamenti israeliani sono stati consentiti solo dopo un processo di esaustiva indagine, sotto la supervisione della Corte Suprema di Israele, destinato a garantire che le comunità non sorgessero su terreni arabi privati.

Per esempio vorrei citare il caso di Mohammed Khatib, un arabo la cui terra è stata presumibilmente sottratta da parte di Israele per un "settlement" nei pressi di Gerusalemme. In realtà, la terra è stata presa dal Dominio per il Progetto di Sviluppo, per lo più da proprietari ebrei, alcuni di loro ricchi e importanti. Le sue dichiarazioni furono ritenute valide dalla Corte e sono state la base per la sua compensazione.
Dal 1967, i governi israeliani hanno mantenuto la volontà di ritirarsi dalle zone della West Bank e Striscia di Gaza in un accordo di pace con gli arabi, nel quadro della risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. In tal caso, si è comunemente atteso che almeno alcuni degli insediamenti fossero sradicati, proprio come la città israeliana di Yamit è stata smantellata a seguito un accordo di pace con l'Egitto (1979). A Camp David, nel luglio 2000, Ehud Barak ha offerto di rimuovere tutti gli insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza e gli insediamenti isolati su un massimo del 95 per cento del territorio della Cisgiordania, come parte di un accordo sullo status definitivo. Gli arabi palestinesi hanno rifiutato questa offerta.
 
Gli insediamenti sono illegali?
 
Gli insediamenti non sono "illegali" come parecchi sostengono. La Quarta Convenzione di Ginevra non si applica agli insediamenti, anche se si sente spesso affermare che lo fa. Israele ha riconquistato il territorio in una guerra difensiva nel 1967 (guerra dei sei giorni) dai governanti arabi (Giordania, Egitto). Essi avevano di recente acquisito il controllo del territorio nella guerra di aggressione ad Israele del 1948. Gli accordi unicamente riconosciuti a livello internazionale sono quelli del processo di Oslo, che in nessun paragrafo vieta gli insediamenti. In alcuni frangenti Israele ha volontariamente accettato un arresto temporaneo per nuovi insediamenti in vista dei negoziati di pace. Ma il ricorrente utilizzo del terrorismo da parte degli arabi palestinesi ha provocato altri stop allo smantellamento degli insediamenti. Il ritornello ripetuto all'infinito "territori occupati" è pura propaganda, dal momento che:a) il territorio non è mai appartenuto agli arabi palestinesi – b) all'Autorità Palestinese è stato dato il controllo delle aree – c) l'unica ragione perchè Israele continua ad esercitare il controllo è la reazione alla violenza palestinese.
 
Le Nazioni Unite hanno spesso affrontato la questione delle politiche di Israele e delle attività degli israeliani nei territori, a partire dalla risoluzione 242, varata subito dopo la guerra del 1967. Risoluzione che cerca una composizione giusta del conflitto, chiede il ritiro ed il riconoscimento reciproco, ma non dice nulla circa la legalità. La risoluzione 338, approvata dopo la guerra dello Yom Kippur nel 1973, richiede ad Israele ed agli arabi di negoziare la pace. Insistendo sul fatto che i palestinesi dovrebbero negoziare con Israele, il Consiglio di Sicurezza approva la risoluzione ed implicitamente sostiene che l'occupazione stessa non violi il diritto internazionale. In effetti solo dopo le risoluzioni del Consiglio di sicurezza numero 446, 452 e 465, si condanna la politica di Israele di costruire insediamenti nei territori “occupati” e si dichiara che questi insediamenti non hanno "alcuna validità giuridica". Tuttavia, si tratta di dichiarazioni politiche che riflettono l'equilibrio di potere in seno all'ONU e non una motivata analisi giuridica. Le risoluzioni non sono vincolanti per Israele, che quindi di per sé non crea illegalità.
 
A Camp David nel 2000 e Taba nel 2001 il primo ministro israeliano Barak ha offerto di ridistribuire ed abbandonare gli insediamenti dal 95 per cento della Cisgiordania e dal 100 per cento della Striscia di Gaza. Sarebbero rimasti Insediamenti nel restante 5 per cento della Cisgiordania, dove la maggior parte (circa il 70%) della popolazione di coloni sono appena sopra l’arbitraria Linea Verde. Ovviamente questo 5 per cento sarebbe stato compensato con territori israeliani. Queste sono state le importanti concessioni offerte da Israele. Per capire quanto Israele facesse sul serio, basti pensare che quando lo stato ebraico ha fatto la pace con l'Egitto, gli insediamenti nel Sinai sono stati smantellati. O basti pensare allo smantellamento degli insediamenti situati nella striscia di Gaza del 2005. Se gli insediamenti sono il "vero" problema, allora perché l’offerta di Barak non è stata accettata dai palestinesi? Perchè non è stata accettata neanche l’offerta di Olmert che era in tutto e per tutto simile alle precedenti?
 
Sarebbe molto difficile trovare casi documentati di sfruttamento effettivo dei palestinesi al fine di creare insediamenti ebraici, malgrado lo tsunami di accuse rivolte ad Israele. Questo ovviamente non significa che tutti sono felici e contenti per quello che è accaduto in questi anni, ma sicuramente si sarebbe potuto evitare il mare di violenza e sangue che si è abbattuto su questa travagliata regione del medioriente. In tutti i paesi del mondo vi sono dispute e attriti. Esistono proprio per questo tribunali, corti supreme ed altri organismi funzionali ad appianare le divergenze. Il ricorso alla violenza è solo l’atteggiamento di fanatici irresponsabili. Costoro non dovrebbero trovare terreno fertile quando la volontà di pace è maggiore del perpetuarsi della guerra.



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politica estera
24 novembre 2009
Obama, Premio Nobel per dabbenaggine

di Barry Rubin - Jerusalem Post  23.11.09

L’amministrazione Obama continua a fare grossi errori, con effetti devastanti sui suoi stessi obiettivi e interessi. Ciò che stupisce è come non vengano capite le implicazioni delle sue azioni. La politica attuale americana ha già demolito le poche possibilità, non solo di far progredire il processo di pace sul fronte israelo-palestinese, ma anche solo di riavviare colloqui fra le parti.
Nel 1993, al momento della firma degli Accordi di Oslo con l’Olp, Israele annunciò che considerava perfettamente coerenti con quell’accordo le attività edilizie all’interno degli insediamenti già esistenti. Per tutti i sedici anni successivi i palestinesi non ne hanno mai fatto una questione importante. Il governo Usa, pur dicendosi contrario, se ne stava piuttosto tranquillo e non ha mai mosso un dito. Poi è entrato in carica il presidente Obama, che ha fatto della questione delle attività edilizie negli insediamenti già esistenti il centro della politica mediorientale; a tratti è sembrata diventare addirittura la chiave di volta di tutta la sua politica estera. Può sembrare un’esagerazione, ma alle volte l’amministrazione sembra quasi convinta che, se soltanto Israele fermasse la costruzione di qualche migliaio di unità abitative, tutti i problemi del Medio Oriente svanirebbero.
L’amministrazione ha già sprecato quasi dieci mesi inseguendo questo obiettivo. Dapprima ha strillato a Israele, come se fosse un suo subordinato, di farlo subito altrimenti… Poi, visto che Israele non lo faceva, ha capito che forse bisognava offrire a Israele qualcosa, in cambio di questa concessione. Così si è rivolta ai paesi arabi chiedendo loro – nel presupposto, errato, che non vedessero l’ora di arrivare a un accordo di pace – di accettare qualche compromesso, naturalmente senza ottenere nulla.
Di fatto l’amministrazione Obama ha demolito la sua stessa politica giacché, per tutta risposta, l’Autorità Palestinese si è arroccata nel rifiuto di negoziare finché non vi sarà un congelamento totale di tutte quelle attività edilizie (cosa che fino all’anno scorso non aveva mai chiesto). D’altra parte, come potrebbe l’Autorità Palestinese essere meno intransigente del presidente degli Stati Uniti?
Si profilò tuttavia una sorta di via d’uscita. Israele accettò di fermare tutte le attività edilizie una volta completate le unità abitative attualmente già in costruzione, esclusa Gerusalemme. Gli Usa accettarono il patto, con il segretario di stato Hillary Clinton che si mostrava entusiasta per quella la grossa concessione (senza contropartita) che Israele stava facendo. Washington sapeva bene quali rischi politici si stesse assumendo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rispetto alla sua coalizione di governo. E come è andata? È andata che l’Autorità Palestinese non poteva sopportare che Israele venisse minimamente elogiato, e comunque non aveva alcuna intenzione di arrivare davvero al negoziato. Così ha inscenato un accesso d’ira: disordini a Gerusalemme, minacce di dimissioni del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), rifiuto di sedere al tavolo negoziale con Israele, rumoreggiar di voci su una dichiarazione di indipendenza unilaterale.
Tutto lo strepito circa una dichiarazione di indipendenza unilaterale è stato quasi universalmente descritto dai mass-media come frutto della frustrazione dei palestinesi. Nient’affatto. Esso scaturisce invece dalla loro strategia di base: perché accettare dei compromessi di pace con Israele quando di può pretendere tutto e al contempo garantirsi che resti aperta la porta verso una futura battaglia per la completa cancellazione di Israele dalla carta geografica?
E cosa ha fatto l’amministrazione Usa? Ha fatto marcia indietro su tutto salvo la dichiarazione di indipendenza. Dopo aver fatto un patto con Israele, dopo aver ottenuto che Netanyahu si prendesse un rischio enorme, gli ha fatto mancare il terreno sotto i piedi dicendo: beh, forse dopo tutto non era poi una concessione così grande.
Ne prendano nota, tutti coloro che invocano sempre maggiori concessioni da parte di Israele come chiave per la soluzione di tutto: ancora una volta si è visto che una concessione non porta a una concessione dall’altra parte né a un progresso sulla strada verso la pace; produce soltanto la richiesta di ulteriori concessioni senza dare alcun concreto riconoscimento all’ultima concessione fatta.
Ultimo atto del dramma è che stato che, dopo l’annuncio di un progetto per la costruzione di appartamenti nel quartiere Gilo di Gerusalemme – cosa perfettamente conforme al patto Israele-Usa – Washington se ne è amaramente rammaricata, mostrando che non solo non rispettava i patti che altri avevano fatto coi suoi predecessori, ma che non rispettava nemmeno i patti che aveva fatto essa stessa. Obama ha reclamato che le attività edilizie a Gilo complicano gli sforzi fatti dall’amministrazione per rilanciare i colloqui di pace, rendono più difficile il raggiungimento della pace ed esasperano i palestinesi. Curiosamente, Obama non ha mai contestato nulla del genere all’Autorità Palestinese a proposito della sua quotidiana istigazione al terrorismo (scuole, tv ecc.); della sua mancata condanna dei terroristi; delle sue continue negoziazioni con Hamas nonostante il fanatismo, le intenzioni genocide e le idee antisemite di Hamas; del suo rifiuto di tornare al tavolo negoziale con Israele nonostante l’esplicita richiesta da parte di Obama; dell’infranta promessa di non usare il rapporto Goldstone per castigare Israele, e altri comportamenti di questo genere, ognuno dei quali, anche preso da solo, è obiettivamente molto più deleterio della decisione di costruire delle case a Gilo.
Non basta. Dopo aver silurato i negoziati dando massimo rilievo alla questione delle attività edilizie negli insediamenti già esistenti, Washington ora va oltre: la richiesta minima diventa nessuna costruzione persino all’interno di Gerusalemme. Naturalmente paesi arabi e Autorità Palestinese la faranno immediatamente loro, rifiutando qualunque colloquio finché non avranno anche questo. E dal momento che Israele non fermerà le attività edilizie all’interno di Gerusalemme, e la parte araba – a differenza dell’amministrazione Usa – non recederà, Obama si ritroverà ad aver infilato in un vicolo cieco il processo di pace per l’intero suo mandato. Anzi, forse è riuscito a impedire anche la semplice ripresa di un negoziato globale.
E qui c’è altro problema. Dando continuamente la colpa a Israele per ogni fallimento, l’amministrazione Usa non solo segnala di fatto all’Autorità Palestinese e ai paesi arabi che possono fare quello che vogliono senza pagare pegno; senza volerlo li incoraggia anche a sabotare ogni progresso. Perché? Perché più le cose rallentano e vanno male, più potranno darne la colpa a Israele, contando sul fatto che lo faranno anche Stati Uniti ed Europa.
L’amministrazione Usa sta spianando la strada al proprio stesso fallimento. Se Washington si arrabbia sempre di più con Israele ogni volta che stati arabi e palestinesi silurano i negoziati, perché loro non dovrebbero continuare a farlo?
Un ultimo punto. La stessa perdita di credibilità americana che danneggia Israele colpisce anche gli stati arabi relativamente moderati nei rapporti che Washington intrattiene con loro.
Senza dubbio ben presto sentiremo che, se Israele fermasse la costruzione di appartamenti a Gilo, vi sarà la pace israelo-araba, non vi sarà più terrorismo, l’Iran abbandonerà la sua corsa alle armi nucleari e Obama riceverà il Premio Nobel per la pace. Ohibò, quest’ultima cosa è già successa. E allora sarà il Premio Nobel per la dabbenaggine.




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sentimenti
27 ottobre 2009
Non ci affideremo mai più a nessun esercito straniero per la nostra protezione
da YnetNews - 26/10/2009 - traduzione di Giuseppe D.
 
Il capo di stato maggiore delle forze armate israeliane (IDF) Gabi Ashkenazi lunedì ha tenuto un discorso a Berlino nel quale ha promesso che Israele non avrebbe mai più permesso a nessun esercito straniero di essere l'esclusivo protettore del popolo ebraico.
"Noi non guarderemo mai con leggerezza quelli che auspicano la nostra cancellazione, non depositerermo la nostra sicurezza nelle mani degli stranieri e non permettermo a nessuno di controllare il futuro dello Stato di Israele", ha detto nel corso di una cerimonia svoltasi presso la tristemente nota Piattaforma 17 a Berlino, da cui molti ebrei furono costretti a partire per i campi di concentramento.
"Da queste silenti piastre di acciaio di questa piattaforma si alzano le urla dei nostri fratelli ebrei, che furono picchiati, umiliati e costretti a salire sui treni privati della loro dignità di esseri umani. L'eco delle loro urla richiamano la responsabilità di Israele e la mia, come l'uomo che si trova alla testa del suo esercito. E' nostro l'obbligo di ricordare per sempre la tragedia più orribile della storia dell'umanità ", ha detto Ashkenazi.
Il capo di stato maggiore israeliano ha aggiunto che l'antisemitismo non è ancora assente dal mondo. "Cambia il suo volto, la sua lingua, i suoi modi e le sue giustificazioni, ma il suo obiettivo primario resta. Ancora oggi alcuni capi di Stato dichiarano apertamente il loro desiderio di distruggere Israele e negano il suo diritto di esistere", ha detto.
"La nostra lotta legittima contro le organizzazioni del terrore che sconvolgono la vita dei nostri cittadini ha fornito il pretesto per attacchi antisemiti da negazionisti e da altri elementi ostili, che legittimano ogni atrocità commesse contro i cittadini di Israele". 
Ashkenazi ha aggiunto: "Da questo luogo, da dove i nostri fratelli e sorelle furono condotti nelle camere a gas, senza nessun motivo o ragione, ma solo per la loro fede ebraica, diciamo a testa alta a tutti i nemici, negazionisti, denigratori e portatori di malizia: noi siamo qui. Il popolo di Israele è risorto e rigenerato nel proprio Paese e pretende indipendenza e sicurezza."
Ashkenazi ha anche ringraziato il suo omologo tedesco, il generale Wolfgang Schneiderhan, per avere assistito alla cerimonia. Hanno inoltre partecipato i membri della comunità ebraica di Berlino. Al discorso di Ashkenazi sono seguite le preghiere ebraiche e un momento di raccoglimento per tutte le vittime dell'odio antiebraico.



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politica estera
13 settembre 2009
Si scopre chi ha finanziato Bostrom...

(IsraelNN.com) - by Hillel Fendel -

Antagonism between Israel and Sweden over Swedish media accusation that IDF soldiers sold Arab body parts is heating up, in light of evidence that Sweden’s government funded the “research” for the story. Prime Minister Binyamin Netanyahu is expected to demand a Swedish government condemnation of the accusations.

News of the funding was broken Sunday morning by Maariv/NRG. Maariv’s correspondent in Sweden, Liran Lotker, reports that most of the material in last week’s controversial article is old, having appeared in a book written in 2001 by the author of the article. The book, entitled Inshallah, was funded by various bodies, including the Foreign Ministry of Sweden, Swedish labor unions, and some organizations based in the Palestinian Authority-controlled areas.

Interior Minister Eli Yishai said he would not grant work visas to Aftonbladet reporters in Israel, and the Government Press Office (GPO) says it will not, at this stage, grant press cards to Aftonbladet journalists.  GPO Director Danny Seaman said newspapers such as Aftonbladet employ leftists in the guise of journalists, who later enter the country to participate in international protests against Israel.

The current controversy began last Tuesday, when Donald Bostrom authored an article in Sweden’s most popular newspaper, the Aftonbladet tabloid, accusing IDF soldiers of murdering Arabs and harvesting their organs. Bostrom based the story on testimony by several Arabs identified only by their first names, and told Voice of Israel Radio on Wednesday that he does not know for sure if their accounts are true.

When Israel immediately protested, Sweden’s Ambassador to Israel, Elisabet Borsiin Bonnier, responded with a strong condemnation of the article – which the Swedish Foreign Ministry countered the next day by saying it does not represent the government’s position. 

Swedish Foreign Minister Carl Bildt later wrote on his blog that the government cannot get involved in “correcting all the strange claims in the media.” He compared the issue to a recent controversy over Muslim accusations that Swedish media articles had smeared Islam and Mohammed, and concluded, “I think we reached the understanding that it is through transparency that we best achieve the tolerance and understanding that are so important in our society. I believe that it is the same in this case.”

However, though the Swedish Foreign Ministry expressed a mild form of apology at the time, it has not done the same in this case vis-à-vis Israel. In addition, Sweden once closed an internet site that had been accused of offending Moslem sensibilities.

Blidt told reporters on Saturday, “There are very few bodies like the Swedish parliament in which opinion against pre-conceived notions and anti-Semitism is so strong, and therefore I don’t want to relate to that specific article.”

Others in Sweden, however, have reacted much more strongly against Israel. Aftonbladet itself headlined its Saturday edition with, “Israel fighting against Swedish freedom of the press,” and called for public support.

Popular Israeli journalist Ayala Hasson told Army Radio that freedom of the press has nothing to do with altering facts: “Freedom of the press means that one may comment as one sees fit – but it does not give license to report made-up ‘facts.’”

Israel’s Foreign Ministry called the article a “disgrace to Swedish journalism” and compared it to “dark blood libels from the Middle Ages.” Finance Minister Yuval Steinitz said, “The Jewish State cannot ignore manifestations of anti-Semitism, even if they appear in a respectable newspaper. Whoever is not willing to distance himself from such blood libels, may very well not be welcome here in Israel.”  

Foreign Minister Avigdor Lieberman said that the article was a “natural continuation of the Protocols of the Elders of Zion,” and said that Sweden’s refusal to disassociate itself from it was reminiscent of its “neutral” stance during the Holocaust.  Minister Limor Livnat demanded that the “Swedish government apologize for the blood libel against Israel.”  Welfare Minister Yitzchak Herzog said that this was not a one-time incident, but rather a “media campaign that has been going on for years.”

Six months ago, Israelis had another unpleasant experience with Swedish journalism. Islamists fired rockets and threw pipe-bombs at pro-Israel demonstrators in the Swedish city of Malmö, injuring no one.  At least one attacker was arrested, yet southern Sweden’s largest newspaper, Sydsvenskan, headlined its report, “Several arrested during Israel demonstration” and reported that "the anticipated violence did not occur."

http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/133042




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politica estera
30 agosto 2009
Breve storia del signor Abu Mazen

di Ugo Volli - Informazione Corretta - 30/08/2009

A proposito di narrative palestinesi. Avete tutti sentito parlare della "nakbah", il disastro, quando i cattivi sionisti cacciarono con la forza i poveri palestinesi dalle loro case e "rubarono" loro il paese. Be', prendete il caso di Mahmud Abbas ("nome di battaglia" Abu Mazen), insomma il presidente dell'Autorità Palestinese. La televisione di Ramallah, Al Palestinia ha raccolto le tracce della sue esperienza durante la Nabkah.
"Until the nakbah,"  he recounted, his family "was well-off in Safed." When Abbas was 13, "we left on foot at night to the Jordan River... Eventually we settled in Damascus... [...] People were motivated to run away... They feared retribution from Zionist terrorist organizations - particularly from the Safed ones. Those of us from Safed especially feared that the Jews harbored old desires to avenge what happened during the 1929 uprising. This was in the memory of our families and parents... They realized the balance of forces was shifting and therefore the whole town was abandoned on the basis of this rationale - saving our lives and our belongings." 
["Fino alla Nakbah", ha raccontato, "la sua famiglia era benestante a Safed". Quando Abbas aveva 13 anni "lasciammo la città a piedi di notte dirigendoci al Giordano... alla fine andammo a vivere a Damasco... La gente era motivata a scappare... Avevano paura delle rappresaglie delle organizzazioni terroristiche sioniste - in particolare quelle di Safed. Chi di noi veniva da Safed aveva particolare paura che gli ebrei ospitassero vecchi desideri di vendetta per quel che era acceduto durante i disordini del 1929. I nostri genitori e le nostre famiglie se ne ricordavano... realizzarono che l'equilibrio delle forze stava cambiando e perciò l'intera città fu abbandonata per queta ragione: salvare le nostre vite e i nostri averi."]
Fin qui Abu Mazen, che poi si sarebbe ricordato una decina d'anni dopo di quelle memorie dei genitori per scrivere una bella tesi di laurea negazionista della Shoà all'università Lumumba di Mosca e sarebbe quindi tornato in Medio Oriente negli anni Sessanta per essere fra i primi terroristi di Al Fatah a sparare contro gli israeliani, come si è vantato di recente. Questi sono quelli con cui bisognerebbe fare la pace...
Ma torniamo a questa interessante intervista, per notare due cose. La prima è ovvia. In questo racconto, pardon narrativa, Abu Mazen si è dimenticato un elemento essenziale: la violenza ebraica. Dove sono le armi, i rastrellamenti casa per casa, la costrizione fisica che avrebbe fatto emigrare la sua famiglia, legittimando ora il suo ritorno? Niente di tutto questo. Magari da qualche parte sarà successo, la guerra è la guerra, ma a Safed no. Gli arabi "avevano paura" che gli ebrei "albergassero" una rappresaglia e se ne sono andati per conto loro, pensando di "salvare vite e beni". Triste, come tutti gli esodi, ma non criminale né violento. La fuga è dovuta alla loro paura, non a pressioni effettivamente subite; e la paura era certamente eccessiva, se si pensa alle centinaia di migliaia di arabi che sono rimasti in Israele dopo la sua costituzione e non sono stati affatto molestati, ma anzi sono cresciuti di numero e di condizione economiche. Almeno nel caso del loro presidente Abbas e di quel che lui ha visto, la Nabkah dei palestinesi è stato un disastro autoinflitto, ben altra cosa rispetto alla Shoà cui qualcuno oggi osa paragonarla.
Il secondo punto sono quegli "eventi del '29". Pochi oggi lo ricordano nelle loro "narrative", ma probabilmente è quello il punto di partenza della guerra fra (futuri) israeliani e (futuri) palestinesi. Quando ancora non c'era uno Stato, non c'era stata la Nabkah, non c'era "occupazione" né "colonie", ma solo vecchie comunità religiose inermi e insediamenti agricoli su terreni regolarmente comprati (anche in quelli che oggi sono il West Bank), quando una parte consistente del gruppo dirigente ebraico dell'Yishuv (l'"insediamento", come si chiamava allora) cercava il dialogo e l'alleanza con gli arabi locali, ci fu una terribile ondata di violenze contro gli ebrei in Palestina, un pogrom più sanguinoso di quelli russi o della stessa Notte dei Cristalli tedesca, cui mancava ancora una decina d'anni.
Esattamente ottant'anni fa, nell'agosto del '29, il capo religioso (muftì) di Gerusalemme che poi sarebbe andato a lavorare per Hitler, Haj Amin al-Husseini, proclamò il "jihad" (guerra santa) contro gli ebrei. Nell'antichissima comunità ebraica di Hebron, esistente senza interruzione dai tempi biblici, perché custodisce il luogo che la tradizione attribuisce alla "tomba di Abramo" furono ammazzati sessantasette ebrei e gli altri furono deportati "per la loro sicurezza" dagli inglesi (adesso capite perché la pretesa di alcuni "estremisti" ebrei di tornare a vivere a Hebron non è senza giustificazioni. A Safed (in ebraico Tzfat), comunità altrettanto antica e nota per aver ospitato nel Cinquecento i grandi maestri della cabala come Luria, gli arabi ammazzarono in maniera terribile 21 ebrei (per fare un solo esempio di questo orrore, un gatto fu infilato nel ventre aperto di una donna incinta. Gli ebrei di Tzfat respinsero l'offerta inglese di "trasferimento in un luogo sicuro" e si organizzarono per difendersi (le "bande terrorsiste" di Abbas). Ciò nonostante, durante un'altra "guerra santa", proclamata da Husseini, il 13 agosto del '36, vi furono altri morti ebrei, fra cui una intera famiglia, gli Unger, il padre scriba della Torah di 36 anni, le sue figlie Yafa and Hava (rispettivamente 9 e 7 anni) e il suo figlio Avraham di 6.
Questi sono gli "uprising" di cui la famiglia Abbas teneve memoria; casi analoghi accaddero in tutto il paese. Una strage organizzata di ebrei, praticamente senza reazioni né difese (nessuno nel campo sionista immaginava che una cosa del genere fosse possibile, neanche Jabotinski, che da questa esperienza trasse la sua convinzione della necessità di "un muro di ferro" per difendere gli ebrei in Terrasanta).  Senza dubbio i parenti di Abbas avevano ragione di sentirsi inquieti, nel momento in cui "la bilancia del potere" si spostava; o magari avevano una qualche forma primitiva di rimorso, la paura di una punizione per i crimini orribili che avevano commesso.
La conclusione è semplice. Non bisogna accettare le "narrative" o le versioni di comodo per come si raccontano. Se si vuol capire il Medio Oriente bisogna entrare nei dettagli, scavare prima dell'inizio ufficiale della "narrativa" (il '48), cercare di individuare le dinamiche reali. Fare storia e non propaganda ideologica. Ma questo è un lavoro troppo difficile e paziente per quelli che vogliono semplicemente attribuire torti (a Israele) e ragioni (agli arabi), si tratti di Eurabia, degli arabi, o di "progressisti" di buona volontà, magari ebrei che proiettano il loro senso di colpa occidentale su Israele.




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politica estera
26 agosto 2009
La lungimiranza della sinistra israeliana
Un articolo su Sha’ah Tova (30 ottobre 2003) spiega come la sinistra israeliana, capeggiata dal Primo Ministro Yitzchak Rabin, abbia portato in Israele il tremendo problema demografico degli Arabi.
Due decenni fa, quando Yitzchak Rabin formò il suo governo contando sull’appoggio di 5 MK arabi, decise, come atto di cortesia nei confronti di questi partners arabi, di cambiare i criteri per le detrazioni per i figli a carico. Fin dagli inizi dello Stato c’erano stati due sistemi di pagamento degli assegni familiari. Uno consisteva in una somma data a tutti i cittadini dello Stato, Ebrei e non Ebrei. L’altro consisteva in un particolare aumento di assegni familiari che ricevevano i soldati, i partigiani ed i combattenti ebrei che avevano combattuto per l’indipendenza di Israele o nelle guerre Israeliane. Quest’ultimo ammontare più alto veniva dato anche ai figli e ai nipoti di quei soldati.
In pratica, gli assegni familiari più alti venivano percepiti da quasi tutti i cittadini dello Stato, oltre che dagli sfortunati chutznik olim che non erano abili.
Quando Rabin eliminò i due sistemi e diede agli arabi gli stessi alti benefici che ricevevano gli Ebrei, diede loro un incentivo senza precedenti per sposare da due a quattro mogli e per avere decine di figli. Un arabo con due mogli e 15 figli prendeva oltre 10.000 shekels in assegni familiari, che coprivano ampiamente le spese per le necessità della vita quotidiana. Sono stati riportati, per esempio, casi di Beduini che avevano sposato molte mogli e avevano più di 70 figli. A questi benefici si aggiungevano gli altri sostanziosi benefici che Israele offre agli arabi: educazione gratuita, studi universitari a basso costo, sostegni finanziari a comuni irresponsabili in cui oltre l’80% dei residenti non pagava le tasse di proprietà.
I funzionari del Tesoro capivano che quel modo di attingere al budget per gli assegni familiari non poteva durare più di qualche anno senza impoverire le casse del Tesoro. I Primi Ministri successivi considerarono l’eventualità di riportare il fondo per gli assegni familiari alle condizioni precedenti, ma desistettero quando i legali li avvertirono che la Corte Suprema probabilmente si sarebbe opposta a qualunque distinzione tra i cittadini di Israele.
La difficile situazione economica in Israele spinse il Tesoro al punto di dover bloccare i generosi sussidi per i figli. I funzionari si stanno muovendo solo ora, dopo che per vent’anni Israele ha pagato gli Arabi per avere il maggior numero possibile di figli.
Ironicamente, la sinistra ha spinto gli accordi di Oslo in Israele 10 anni fa, spiegando che Israele doveva fare concessioni dolorose e lasciare i territori a causa della minaccia demografica araba ( che proprio la sinistra aveva creato durante il decennio precedente).
Un politico religioso si è avvicinato recentemente ad una importante personalità del Parlamento ed ha chiesto perché l’Agenzia Ebraica spenda centinaia di milioni di shekels per incoraggiare l’aliya dalla Russia che oggi coinvolge soprattutto dei non ebrei in cerca di miglioramenti economici. “Non sarebbe meglio incoraggiare l’ ”aliya interna” assistendo in Israele le donne ebree che hanno più bambini?”, ha chiesto.
Benché questo passo sembri essere ovvio, il fatto è che gli unici Ebrei che accettano di avere molti figli sono quelli della comunità religiosa, la cui crescita nel paese sembra essere per i funzionari dell’ Agenzia uno spettro peggiore dell’aliya dei gentili russi antisemiti.



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politica estera
22 agosto 2009
Per capire perchè in Svezia sta dilagando l'antisemitismo
di Giuseppe D.

La popolazione di religione islamica in Svezia è circa di 400.000 unità e rappresenta il 4.4 per cento della popolazione svedese (che è circa di nove milioni di persone). Circa metà della popolazione arabo/musulmana è concentrata nella capitale, Stocccolma, ed il 10/15 per cento vive a Goteborg, la seconda città della Svezia. Ci sono poi circa 50.000 musulmani nella città di Malmo (che parecchi ricorderanno per la sconveniente decisione del governo svedese di far giocare la partita di tennis fra Svezia ed Israele valevole per la coppa Davis a stadio chiuso per paura delle minacce islamiche). Una parte delle figure politiche svedesi ha sempre fortemente condannato Israele, mentre ha assunto un atteggiamento molto più morbido riguardo le azioni dei terroristi di Hamas a Gaza. Un'altra parte ha invece sostenuto e supportato in modo deciso e consapevole Hamas e la sua "amministrazione" della striscia di Gaza. La sinistra svedese è quasi sempre ostile ad Israele e condanna le sue operazioni militari e il suo diritto all'autodifesa bollandoli come "crimini di guerra". Per capire meglio, ecco le dichiarazioni di Hans Linde, esponente del partito di sinistra svedese: "Israele non è certo una democrazia nel senso di come la intendiamo noi, è uno stato razzista e pratica l'apartheid nei confronti dei palestinesi, dovremmo tutti adottare un boicottaggio come facemmo per il Sud Africa". A destra non va molto meglio: ecco cosa ha dichiarato Carl Bildt, ministro degli esteri del governo svedese: "Nella mia visita a Gaza, ho potuto notare come gli israeliani abbiano intenzionalmente colpito le infrastrutture economiche palestinesi (durante le operazioni di controffensiva del gennaio 2009). Le loro azioni non sono moralmente difendibili, tanto meno lo sono politicamente". Ricordiamo inoltre che, secondo l'inchiesta del quotidiano Maariv, nel 2001 il ministero degli esteri svedese ha finanziato il libro "Inshallah" scritto proprio da Bastrom, il reporter di Aftonbladet al centro della questione. Nel libro, che tratta la situazione israelo palestinese, erano già riportate le false accuse di trafugazione organi all'esercito israeliano.

Questo è il clima. Il governo svedese ha deciso di non condannare l'articolo apparso su un noto quotidiano di sinistra che, riprendendo false accuse risalenti a ben 17 anni fa, denuncia l'esercito israeliano di uccidere palestinesi per trafugare loro gli organi. Il governo svedese si trincera dietro il diritto alla libera stampa ed espressione. Sacrosanto diritto, ma che non dovrebbe permettere accuse infamanti e mai provate verso Israele. Bene ha fatto per esempio il governo canadese ad inserire, nel proprio ordinamento legislativo, l'articolo 319 che sanziona l'incitamento all'odio. Perchè se non è incitamento all'odio questo, qualcuno me ne dia una definizione appropriata.



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sentimenti
5 agosto 2009
" L'ultima frontiera di Israele "
di Giulio Meotti - Il Foglio - 05/08/2009

Si considerano parte di un’opera ancora in corso: Israele. Hanno patito con centinaia di morti la prima e la seconda Intifada. Per questo si sentono parte della linea di difesa di un popolo assediato ai confini. Bibbia in mano e fucile in spalla, forti di famiglie numerosissime che reclamano “crescita naturale”, i settlers, i coloni, hanno spesso l’aspetto dei figli dei fiori, vestiti come sono di kippah, scialli, camicia a scacchi, maglioni di lana e capigliatura freak, le donne con i pantaloni sormontati dalla gonna, così che la modestia non sia mai in pericolo. Vivono in zone dure e desertiche, ma immensamente affascinanti e dal passato biblico ricchissimo, spesso stipati in roulotte e container, freddi d’inverno e caldi d’estate, al riparo dal consumismo e dalla modernità che sfavilla a pochi chilometri di distanza, a Tel Aviv e Gerusalemme. Lasciano gli abitacoli quando il governo dà luce verde per costruire le case. Hanno due anime, una nazionalista e l’altra religiosa, spesso coltivano la terra attorno all’insediamento, altri vivono come pastori, moltissimi fanno la spola, pericolosissima, con le grandi città israeliane. Conducono una vita di preghiera e ideologia, ascesi e sacrificio. Le loro comunità somigliano a quaccheri armati. Sono i nipoti dei primi “pionieri” invitati da ogni governo israeliano a portare “civiltà e benessere” nei territori contesi dopo la Guerra dei Sei giorni. Soprattutto governi laburisti, come spiega lo studioso liberal Gershom Gorenberg in “The accidental empire”. Con la benedizione di Ygal Alon e poi di Yitzhak Rabin, i coloni hanno pensato che fosse possibile “far fiorire il deserto”. Gran parte dei coloni vive in consigli comunali sotto giurisdizione israeliana, succeduta a quella giordana dopo il 1967. Negli ultimi anni si è assistito anche al fenomeno della Hilltop Youth, i “giovani delle colline”, l’ultima, anarchica, illegale, leva delle colonie costruite a est della Linea Verde. Fra queste famiglie c’è uno dei più grandi ostacoli sulla strada del governo Netanyahu e dell’accordo con l’Amministrazione americana. Roi Klein è l’eroe della seconda guerra del Libano, il maggiore dell’esercito israeliano che saltò su una mina per assorbire l’esplosione e salvare la vita di tanti compagni di brigata. Roi morì dopo aver pronunciato le parole “Shemà Israel”, la più importante preghiera ebraica: “Ascolta, Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è uno solo… ”. Scuole in Israele sono state dedicate a Klein, bambini oggi ne portano il nome, la sua storia in Israele ha assunto un alone quasi mitico. Netanyahu dovrà smantellare anche la casa dei Klein a Hayovel, un insediamento illegale dove vivono la moglie e i figli. Hayovel venne fondato dieci anni fa per il cinquantenario d’Israele. Oggi ci sono circa trecentomila coloni. Ma se la maggior parte degli insediamenti conta meno di cinquecento abitanti e un quarto non supera il migliaio, l’ottanta per cento vive in sobborghi di grandi città come Gerusalemme e Tel Aviv, prossime all’ex linea armistiziale 1949-67 fra Israele e Giordania. Un eventuale accordo di pace li vedrebbe inclusi all’interno di Israele: si tratta dei famosi “blocchi di insediamenti”, Ariel, Gush Etzion, Ma’aleh Adumim, Givat Ze’ev, Latrun che non coprono più del cinque per cento della Cisgiordania. Gli insediamenti sono di nuovo la questione più scottante in medio oriente. Barack Obama li ha indicati come l’ostacolo principale sulla via della pace nel discorso al Cairo. Non accadeva da molti anni che il presidente americano ne facesse la discriminante nei rapporto con lo storico alleato israeliano. Era da tempo che le parole “congelare” e “insediamenti” non apparivano tanto vicine dentro la stessa frase. Chi sono i coloni? Perché sono andati a vivere fra centinaia di migliaia di arabi pur sapendo, forse, che un giorno se ne sarebbero dovuti andare? Sarebbero oggi disposti a lasciare le proprie case, i propri campi, i propri sogni, le proprie tombe, in presenza di accordo? Cerchiamo di capire gli insediamenti attraverso il racconto di due italiani, specie rara da queste parti, dove c’è pur di tutto, ebrei sudamericani, russi, americani, perfino una setta birmana che discende da una delle tribù giudaiche perdute. Al livornese Edoardo Recanati non piace essere chiamato “colono”, gli ricorda troppo i misfatti europei in Africa che ha visto fuggendo dall’Italia delle leggi razziali. Edoardo vive nel deserto spoglio di Tekoa con la moglie di origini sudafricane. “I coloni italiani in Eritrea o inglesi in India andarono a sfruttare la gente e le risorse locali, io sono arrivato qui quando non ci abitava nessuno, per incontrare un arabo dovevi camminare chilometri nel nulla”. La milanese Annalia della Rocca è arrivata nell’insediamento di Bet El con i “padri fondatori” nel 1977, in una colonia che ha il compito di “tenere” i territori della Bibbia. A Bet El hanno vissuto i principali profeti della Bibbia. Annalia lavora all’ospedale psichiatrico di Kfar Shaul, a Gerusalemme, costruito subito dopo la guerra per assistere i sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti. Quando arrivò in Israele, nel 1964, all’inizio Annalia andò a vivere in un kibbutz, è il sogno socialista del lavoro che rende tutti liberi e uguali; poi va a Gerusalemme, infine, con il marito americano, nel 1978 si sposta a Beit El, che non è un posto qualunque, ma è il luogo più sacro della Samaria divenuto anche uno degli insediamenti più contesi, dove abitare è rischio quotidiano, a quattro passi da Ramallah, il focolaio di kamikaze palestinesi. Non lontano da Beit El, nell’insediamento di Ofra, viveva un altro italiano, il dottor Daniel Cassuto, che fu condotto in Israele da piccolo quando i suoi furono deportati ad Auschwitz da Firenze. “Sono arrivata a Beit El nel 1978, qui non c’era niente, all’inizio vivevamo nelle baracche del campo militare vicino”, dice al Foglio Annalia Della Rocca. “Il campo era dei giordani. Non eravamo più di una trentina di persone. Avevo un bambino di tre anni e uno di sei mesi. Per noi Beit El era un modo di essere, un nuovo inizio, creare una nuova comunità, essere pionieri. Israele è nato così. Era una continuazione della nascita dello stato d’Israele. Eravamo un altro nuovo villaggio. Vivevamo in case piccolissime, poi ci siamo trasferiti in abitazioni normali. Io sono venuta in Israele perché credevo nel sionismo, per me era normale come ebrea vivere qui. La mia famiglia rimase a Milano, dove ho ancora un fratello. All’epoca del governo del Likud di Menachem Begin, Beit El era un posto dove ricominciare. Qui vivono russi, americani, da ogni parte del mondo vengono qui, siamo tutti religiosi e c’è anche una comunità che viene dall’India. C’è una minoranza di ebrei molto messianici, sono quelli che vengono sempre filmati dalla televisione, ma la maggioranza è gente normalissima”. Fin dall’inizio la convivenza con i palestinesi fu eccellente. “Facevamo acquisti a Ramallah, non avevamo alcun problema con gli arabi. Venivano a lavorare da noi, la mia donna di pulizie era palestinese e portava con sé le figlie a casa mia. I primi problemi ci sono stati nel 1987, con la prima Intifada”. Annalia non vede alcuna differenza fra Beit El e Haifa, la città sulla costa simbolo della convivenza fra arabi ed ebrei. “Da noi a Gerusalemme ci sono meno di venti chilometri, ho sempre lavorato nella capitale. Non esiste differenza fra Beit El, Gerusalemme e Tel Aviv, qui vivevano gli ebrei da sempre. Noi vivevamo qui dove non c’era alcuno stato palestinese. Per noi, e anche per gli arabi, non c’è differenza fra Beit El e lo stato d’Israele. Gli israeliani hanno portato benessere, civiltà e ricchezza ai palestinesi, quelli che vivono attorno a noi si sono sviluppati di più. Prima di noi c’erano i giordani. La prima Intifada ci lanciavano pietre, un ragazzo ebreo di diciassette anni venne ucciso. Qui nessuno oggi viaggia armato, io vado a Gerusalemme da sola in macchina senza nessuna arma. Anche nei periodi peggiori si va liberi, senza pensarci. Alla morte”. Beit El è un insediamento non incluso nella barriera di sicurezza israeliana, quindi rischia di essere smantellato in caso di accordo con i palestinesi. “Sono anni che si parla di andare via da Beit El, ma la vita continua normalmente, non pensiamo di dover andare via, non è una realtà, io non ci credo, questa volta non ce ne andremo senza un progetto di pace. Non dopo Gaza. Non credo nella volontà degli arabi di fare la pace. A loro è molto comodo che noi viviamo qui. La mia donna delle pulizie mi diceva sempre: ‘Rimanete, qui ho un lavoro’. Chi vive nella parte araba di Gerusalemme ha oggi il timore di essere escluso da Israele. Non possono dirlo, ma è così. E’ parte della mentalità araba, non si rinuncia a una parte d’Israele. Anche chi vive a Gaza quello che alla fine chiede è di poter lavorare e vivere in Israele. Quando ce ne siamo andati da Gaza non hanno combinato nulla con la terra, tutto il mondo li ha riempiti di denaro, ma oggi vivono fra armi e miseria. Nessuno qui a Beit El crede nel fatto che ci possano mandare via. Mia madre si era abituata a vivere sotto le bombe a Milano, io sono abituata a questo posto”. Dire Beit El per Annalia è dire il diritto di vivere ovunque in Israele. “Anche quando nacque il sionismo gli ebrei lo vedevano come non naturale. Io mi consolo pensando a questo. Qui si vive senza riflettere troppo se sia un posto diverso, i miei figli sono tutti nati e cresciuti a Beit El, il più grande vuole andare a vivere nel deserto del Negev, dove c’è bisogno di insediamenti, di altri pionieri. Ho un figlio preside in una scuola, altri due a Tel Aviv, la piccola vive qui e lavora a Gerusalemme. Semmai è una parte di Israele che ci detesta, soprattutto chi è di sinistra, sento meno l’odio degli arabi che di questa gente, credono che se non ci fossimo noi ci sarebbe la pace. Io non ci credo. La pace non c’era anche prima del 1967, non è perché io non sono a Beit El che non c’è la pace. Chi dice che dobbiamo smettere di costruire aiuta gli arabi a non fare niente. Quando c’era il governo Kadima, gli arabi potevano avere tutto. E invece siamo noi ad avere avuto più bombe, più caos, più distruzione. Non chiediamo mai nulla in cambio. Noi coloni siamo un po’ il capro espiatorio. Sono appena stata a Innsbruck, dove credono che il Trentino faccia parte del Tirolo. E che ne diciamo di Fiume? Qualcuno pensa che si debba ridarla all’Italia e cacciare tutti gli sloveni che vivono lì? Tutta l’Europa è così. Gli arabi hanno iniziato questa guerra perché non hanno accettato quello che aveva stabilito l’Onu. Qui a Beit El non c’era nulla, erano terreni vuoti, nessuno delle colonie ha preso territori, forse a Gerusalemme est è avvenuta l’ingiustizia, ma qui a Beit El nessuno ha preso nulla agli arabi. Mia madre tanti anni fa veniva qui e si meravigliava che ci chiamassero coloni, ‘qui è tutto vuoto’ ripeteva. Nessuno ha mai preso la casa a un palestinese. Abbiamo quasi sempre cercato locazioni vuote o campi militari, come a Efrat, dove c’era un insediamento militare abbandonato dalla Giordania. Sapevamo di dover tornare alla nostra terra, dopo la Shoah ci guardavano come un oggetto estraneo, così siamo tornati dove ci sentivamo a casa”. Completamente diverso è il paesaggio nell’insediamento di Tekoa, a sud di Gerusalemme, una comunità mista laica e religiosa a differenza di Beit El. “Sono nato da una famiglia benestante e colta di Livorno, sono l’ebreo errante, sono una specie di sopravvissuto dell’Olocausto, mio padre per fortuna non ci fece finire nei lager”, dice al Foglio Edoardo Recanati, rifugiato con la famiglia a Tunisi per sfuggire alle leggi razziali fasciste e che in Italia tornò a laurearsi in Legge a Pisa, dove si avvicina a Lotta continua. “Siamo scappati a Tunisi senza un soldo. Ho cominciato a girare il mondo, mi sono laureato a Pisa, sono stato in Etiopia. Quando sono tornato in Italia ero molto di sinistra. Sentivo l’ingiustizia di classe. Fino al 1967 sapevo di essere ebreo, ma era più una cosa razzista di sposare altri ebrei. Poi ci fu lo choc di un paesino come Israele che vinse su tutti gli arabi. I miei amici di partito un giorno mi chiamarono ‘compagno ebreo’ e così sbattei la porta in faccia al comunismo. In Italia stavo bene, avevo un panfilo, ma ero attratto da Israele. C’è chi aveva piantato alberi, io non avevo fatto nulla”. Fu così che Edoardo arrivò a Tekoa, citata nella Bibbia per essere terra di pascolo del profeta pastore Amos. “Un amico mi fece vedere a pochi chilometri da Gerusalemme quattro cubicoli con un po’ di gente dentro, raffreddata, avevano fondato un insediamento nella regione di Amos, che qui aveva la sua vigna. Anche il profeta Daniele è sepolto in questa zona. Capii che volevo vivere e morire qui. All’inizio non prendevano single, solo famiglie. Tekoa è nata per far vedere che chiunque ebreo può viverci, laico e religioso, io sono contro tutto quello che è settario”. Appena si è sposato, Edoardo è andato a Tekoa. “Era il 1983, c’erano quaranta famiglie, oggi sono quattrocento. Soprattutto roulotte con un gabinetto e una cucinetta, una scatola di metallo, nessuno chiudeva le porte, era come vivere al parco. Siamo cresciuti tantissimo, lo standard di vita era così elevato che ci sono stati quelli che hanno detto basta, ‘non entra più nessuno’. Io mi sono battuto contro di loro, ho detto, ‘ma come fate a proibire a un ebreo di vivere in Giudea?’”. Anche Edoardo, come Annalia, parla del paesaggio vuoto che li accolse. “Quando siamo venuti qui non c’era nessuno, se la sono passata di mano i turchi, gli inglesi, i giordani. I rapporti con i palestinesi sono sempre stati favolosi, l’arabo è sempre ospitale”. Tekoa ha pagato un prezzo altissimo di vite umane sotto il terrorismo. “Sì, ma il terrorismo ha colpito ovunque, a New York, a Fiumicino, Tekoa non è unica. Anch’io non ho scelta, sono sempre armato, prego di non averne bisogno e se ne avessi bisogno di essere capace di usarla. All’inizio facevo anche la guardia di notte, non c’erano soldati a difenderci, ci allenavamo a fare il tiro al bersaglio. Ma la parte più importante della famiglia è la donna, se ha paura lei se ne va da qui. Il merito è delle donne, con i loro bambini, sono state molto coraggiose a vivere qui. Due ragazzini avevano marinato la scuola, sono scesi in un canyon meraviglioso, a pochi metri da casa mia. Sono stati torturati e poi uccisi”. Recanati non teme di essere cacciato. “Ho semmai il timore che mi accada qualcosa in Israele. Gli arabi non vogliono Tekoa, se gli diamo la nostra città non ci sarà la pace. Ci hanno attaccato perché siamo qui, tra di loro, nel 1948 cinque eserciti arabi provarono a sterminarci. Non avevano bisogno di Tekoa per farlo. Così fu nel 1967, quando ancora non esisteva Tekoa. Volevano Tel Aviv. Anche nel 1973 Tekoa non esisteva. Per questo ho rispetto per Hamas, loro dicono chiaramente che non abbiamo diritto di esistere, devono fare una piccola ‘soluzione finale’. Per cosa? Per Tekoa? No, è che non vogliono averci sempre davanti”. Ci interrompe un rumore frenetico. “Stiamo costruendo strade ed edifici. La vita continua come sempre. C’è una lista di attesa lunghissima per venire a Tekoa. Non lo dica a Obama, ma stiamo costruendo molte case”.



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politica estera
27 luglio 2009
Il nuovo consenso nazionale israeliano
di Barry Rubin - (Da: Jerusalem Post, 20.07.09)

Israele è entrato in una nuova epoca nella quale vecchie categorie del pensiero politico come destra e sinistra, falchi e colombe risultano irrilevanti rispetto a un governo di unità nazionale che vede insieme i due maggiori partiti di governo. Da dove è emerso questo nuovo paradigma?
Tra il 1948 e il 1992 l’opinione maggioritaria era basata sulla consapevolezza che l’Olp e la maggior parte degli stati arabi volevano la distruzione di Israele: quando – e se – verrà il giorno in cui saranno disposti a negoziare, si vedrà cosa accadrà.
Poi vennero gli accordi di Oslo e con essi un grandissimo spostamento. La visione della maggioranza di governo divenne quella secondo cui – forse – palestinesi e stati arabi avevano compreso il costo della loro intransigenza abbastanza da rendere la pace possibile. La sinistra pensò che un accordo potesse portare la pace, la destra pensò che fosse solo un trucco per arrivare a un altro conflitto in condizioni meno favorevoli per Israele. Ma entrambe si aspettavano che un accordo si sarebbe effettivamente concretizzato.
L’anno 2000, il fallimento di Camp David, il rifiuto siriano e palestinese di generose offerte di compromesso e lo scoppio della seconda intifada fecero a pezzi queste illusioni. Da allora Israele è andato cercando un nuovo paradigma. Il primo ministro Ariel Sharon propose l’approccio unilaterale; il primo ministro Ehud Olmert e il ministro degli esteri Tzipi Livni offrirono alla controparte sempre di più in cambio di niente, e più lo facevano, più Israele veniva maltrattato a livello internazionale.
Ora è finalmente emerso un nuovo approccio capace di ribaltare questa situazione. Suona così: Israele vuole la pace ma non esita ad dire esplicitamente non solo ciò che vuole e di cui ha bisogno, ma anche ciò che è obiettivamente necessario per creare una situazione migliore e stabile. Per garantire che violenza e instabilità cessino veramente è necessario:
– Il riconoscimento di Israele come stato ebraico. Senza questo passo, le conseguenze di qualunque accordo “di pace” non sarebbero altre che ulteriori decenni di sforzi da parte araba per distruggere Israele sotto tutti i punti di vista ad eccezione – momentaneamente – del suo nome.
– Assoluta chiarezza che un accordo di pace significa porre fine al conflitto e a tutte le rivendicazioni verso Israele. In caso contrario, la dirigenza palestinese e gran parte del mondo arabo continueranno a considerare qualunque accordo “di pace” come un’autorizzazione a passare ad una fase ulteriore della battaglia, usando lo stato di Palestina come base per rinnovate rivendicazioni e aggressioni.
– Robuste disposizioni sulla sicurezza, assicurate da serie garanzie internazionali. Poche illusioni: tali garanzie verranno sicuramente messe alla prova da attacchi oltre frontiera dallo stato di Palestina verso Israele.
– Uno stato palestinese non militarizzato (dizione più esatta di “smilitarizzato), con le ampie forze di sicurezza di cui già dispone, sufficienti per la sicurezza interna e per la legittima difesa ma non per aggredire.
– Profughi palestinesi re-insediati nello stato di Palestina. La pretesa di un “diritto al ritorno” non è altro che la razionalizzazione della strada per cancellare Israele dalla carta geografica attraverso l’eversione dall’interno e la guerra civile.
Se Israele otterrà ciò che richiede – che è ciò che è necessario per avere un processo di pace coronato da successo – allora accetterà la soluzione “a due stati”: uno stato palestinese arabo musulmano (questa la definizione usata dalla stessa Autorità Palestinese) a fianco di uno stato ebraico, in pace fra loro.
Parte del nuovo approccio consiste nel capire che gli esatti confini e lo status di Gerusalemme est, benché importanti, sono tuttavia aspetti secondari rispetto a questi nodi fondamentali: se questi punti troveranno soluzione, il resto potrà venire di seguito.
Questa nuova posizione non consiste nel ribadire il disperato desiderio di pace di Israele, quanto piuttosto quello di dire: noi facciamo sul serio, siamo disponibili, non siamo babbei da imbrogliare ma non siamo nemmeno irragionevoli. Vogliamo la pace in termini realistici, e non solo sulla base di ulteriori concessioni unilaterali e rischi sempre più alti senza nessuna ricompensa. Non vogliamo azzardi sulla nostra sopravvivenza solo per accondiscendere altri, non una qualche illusoria celebrazione della soluzione “a due stati” che dura una settimana per poi vederla generare un altro secolo di violenze.
È davvero un’idea così brillante quella di affrettarsi a concedere uno stato senza serie condizioni a un regime palestinese che non ha saputo governare in modo minimamente competente quello che ha già, che quotidianamente manda in onda messaggi di istigazione all’assassinio degli israeliani, che è profondamente corrotto, che ha già perso metà dei suoi possedimenti a vantaggio di un rivale il cui obiettivo è un nuovo genocidio e col quale tuttavia il più fervente desiderio resta quello di riunificarsi, un programma che consiste semplicemente nel cercare che il mondo prema su Israele sino al punto da costringerlo a cedere su tutto?
Il risultato migliore sarebbe se il nuovo approccio israeliano incontrasse cooperazione da parte palestinese. Se soffrono così tanto sotto l’addotta occupazione, se desiderano così disperatamente avere un loro stato, non c’è nulla in questa offerta che non possano accettare. Se invece preferiscono l’intransigenza, rivelando la ipocrisia delle loro pretese, va bene lo stesso: la verità verrebbe a galla. I palestinesi e gran parte del mondo arabo non possono fare la pace con Israele perché non vogliono la pace con Israele. E non la vogliono perché non vogliono che esista Israele. Punto e basta.
Gli ebrei al di fuori di Israele dovrebbero stringersi attorno a questo programma, mettendo da parte vecchi antagonismi su chi sia il più ardente sostenitore della pace e chi il più allarmato difensore della sicurezza. Lo stesso vale per gli altri paesi e per quei benintenzionati che vorrebbero vedere una situazione strategica più in conforme sia ai loro interessi che alle considerazione umanitarie.
Rispetto a questo nuovo consenso nazionale non esiste nozione più puerile e fuorviante di quella secondo cui il governo israeliano avrebbe avanzato un programma che contempla una soluzione “a due stati” solo per via delle richieste e delle pressioni americane. La verità è che questo è un piano organicamente emerso in Israele dalla situazione, dall’esperienza e da un ampio consenso nazionale.
Un’altra nozione respinta da questo piano è l’argomento per cui Israele o è tanto forte che può permettersi di cedere senza ricevere nulla, oppure è tanto debole che deve farlo per forza. Altrettanto sbagliata è la nozione che il tempo lavora contro Israele, una società forte e vibrante circondata da vicini deboli e disgregati. La situazione strategica è decisamente migliorata nel corso dei decenni. Israele è una società forte e sicura di sé, visibilmente in grado di affrontare le sfide dell’economia moderna e dell’ambiente tecnologico.
Infine, questa nuova politica combina in un pacchetto unico sia l’approccio conservatore – opportune diffidenze e richieste su sicurezza e reciprocità – sia l’approccio liberal – opportuna disponibilità al compromesso e desiderio di una vera pace –: entrambi gli elementi sono ora combinati nell’opinione della stragrande maggioranza degli israeliani.
Quello che è emerso è dunque un nuovo consenso, forte e destinato a durare.



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politica estera
10 luglio 2009
Obama non vi salverà
Per il polemologo americano V. D. Hanson la guerra di civiltà coglierà l’Europa sola (e impreparata) - da Il Foglio - 02/06/2009

Victor Davis Hanson è più abituato a frequentare Tucidide che i rapporti del dipartimento di stato. Antichista, storico militare, esperto di strategia di guerra, è membro della Hoover Institution e del Claremont Institute, il centro studi che in America raccoglie e diffonde l’eredità intellettuale di Leo Strauss. Ma è anche un assiduo commentatore della National Review e, pur essendo iscritto al Partito democratico, è un conservatore che in passato ha votato per George W. Bush e ha sostenuto la Casa Bianca nella guerra contro i talebani e contro il regime di Saddam Hussein. In questi giorni è in Europa, in viaggio sulle rive del Mediterraneo, Roma, Creta, Atene, con un gruppo di amici della Federalist Society, associazione di repubblicani doc, per illustrare loro l’arte della guerra in occidente attraverso i secoli, da Salamina alla battaglia di Okinawa, e praticare sul campo una difesa dei valori occidentali.

Sensibile alla minaccia che pesa sul mondo d’oggi, VDH è convinto che il multiculturalismo sia molto più pericoloso in Europa che negli Stati Uniti, e questo per almeno due ragioni: “In Europa la tradizione aristocratica è molto più forte che in America, perciò da voi l’integrazione e l’assimilazione di nuovi venuti è molto più difficile che da noi”, spiega al Foglio VDH, seduto nei saloni di Villa Grazioli, ex dimora gentilizia sui colli del Tuscolo, citando subito l’esempio di Obama. “Si capisce che Obama rappresenta un modello per la società europea. Personalmente, non credo che l’Europa a breve potrà eleggere una personalità di origine mista al potere supremo. La seconda ragione sta nel fatto che l’economia americana è molto più aperta e più disposta alla mobilità sociale: se dunque il multiculturalismo è una piaga per l’occidente, noi in America siamo più capaci di confondere le distinzioni di classe: un afroamericano, un ispanico, un asiatico può anche insistere sui suoi privilegi restando legato alla sua lingua, alle sue tradizioni religiose, ma sarà molto più disposto all’integrazione e all’assimilazione rispetto a un musulmano alle prese con la stratificazione della vecchia Europa”.

Naturalmente, per noi europei c’è anche un problema di identità: “Se voi stessi non sapete chi siete, se voi europei non riuscite a definire la vostra stessa identità in senso culturale, non potete pretendere di spiegarla agli immigrati. Se i primi a non avere fiducia nei vostri princìpi siete voi, per forza di cose finite per creare dei ghetti nelle vostre città, come succede a Berlino e Parigi, per quei musulmani non assimilati che non si sentono parte della cultura europea e, dal punto vista della gerarchia sociale, non si sentono parte della classe operaia. E’ per questo che voi europei cercate di pacificarli, anziché assimilarli ai valori occidentali”.

Eppure, se così fosse non si capirebbe il nostro entusiasmo per Obama. Falsa proiezione, replica VDH. “Esiste un desiderio di utopia a basso prezzo. Barack Obama rappresenta un presidente americano che col suo messaggio rassicura voi europei. E infatti è come se vi dicesse: ‘Non avete bisogno di avere a capo del governo un nero, un curdo, un algerino: potete proiettare tutti i vostri sogni su di me. Voi mi apprezzate, mi trattate come se fossi una figura messianica e perciò io vi approvo’. In fondo quest’atteggiamento è la prova dell’esistenza del liberalismo, del progressismo, della tolleranza. Dunque, questo è il vostro ragionamento: noi europei possiamo continuare a vivere così, senza porci il problema dell’integrazione razziale nelle nostre scuole. Ed è lo stesso argomento a spiegare tra l’altro la grande popolarità di cui Obama gode in America. Simbolicamente, è come se dicesse ai genitori: ‘Non abbiamo bisogno di integrare gli stranieri attraverso la scuola, perché in fondo, eleggendo un afroamericano come me alla Casa Bianca, voi avete già dimostrato di essere veramente liberi e democratici’”. In sostanza una proiezione psichica? “E’ una strana psicosi, anzi una condizione psichiatrica in cui la gente proietta su Obama le sue paure, trasformandolo in un totem, e lui in cambio libera i suoi elettori dei loro sensi di colpa”.

VDH è molto critico verso la politica di Obama. Le sue sono riserve culturali, prima che strategiche, simboliche oltreché politiche. “Vi sono alcune cose che rendono l’America un paese unico: la libertà, il governo fondato sul consenso, l’economia aperta, la forza propositiva della democrazia nel mondo. Tutto questo ci ha spinti a credere che fosse giusto combattere i talebani, Saddam, Milosevic, Noriega e i dittatori delle ex repubbliche sovietiche. Obama invece è convinto che gli Stati Uniti d’America siano una nazione tra le altre. Lo dimostra la prima intervista rilasciata ad al Arabiya, quando disse che gli Stati Uniti non si erano mostrati sensibili verso i musulmani. Dimentica che l’America è il paese che ha cercato di salvare i musulmani dai sovietici in Afghanistan, li ha salvati da Saddam Hussein in Kuwait, ha cercato di salvarli dalla fame in Somalia, ha denunciato il trattamento al quale sono tenuti per mano dei russi in Cecenia, e per loro ha stanziato 3 miliardi di dollari l’anno”.

Per tutte queste ragioni Obama, secondo VDH, è un “opportunista”. E lo storico ricorda l’accordo tacito nel non nominare il suo vero nome per esteso, Barack Hussein Obama, durante la campagna per le presidenziali, e nel glissare sul fatto che il padre del senatore dell’Illinois fosse musulmano. “La prima cosa che ha fatto, appena eletto, è stata presentarsi ad al Arabiya per sottolineare che il suo nome, la religione di suo padre, il suo retroterra non tradizionale gli avrebbero facilitato il compito di entrare in contatto col mondo intero. Ma davvero Obama crede nella trascendenza delle razze e delle religioni? Di fatto, sembra suggerire che il mondo è una tribù, ma che non esistono sufficienti affinità se qualcuno non vuole entrare in contatto con noi per le ragioni giuste. Questo dice Obama sulla scena internazionale. Solo che quando torna a casa, dice una cosa diversa: non vuole che la gente pensi in termini di tribù. In uno dei suoi discorsi più controversi ha citato la nonna, dicendo che era un tipica donna bianca, e ha parlato della passione che la classe media della Pennsylvania nutre per le armi da fuoco e la religione… in fondo, vuole combattere il tribalismo in politica interna, perché si rende conto che sarebbe una scelta razzista e separatista, ma in politica estera tiene un discorso opposto, esaltando il suo retroterra originale, proprio perché convinto che sia utile a trattare con gente che pensa in maniera tribale”.

Da storico militare, esperto nell’arte della guerra, VDH ha spiegato nei suoi saggi (ultimo “l’Arte occidentale della Guerra”, nei tascabili Garzanti) che la supremazia militare occidentale non è frutto di un determinismo casuale, ma è legata agli stessi valori occidentali, ai principi fondamentali dell’occidente. “Noi occidentali, e parlo del mondo comune all’Europa e agli Stati Uniti, siamo forti sul piano economico, militare, culturale e per certi versi sul piano del valori che non hanno nulla a che fare con la geografia, i geni, la razza, ma risalgono agli antichi greci, all’impero romano, al cristianesimo, al Rinascimento e alla Riforma. Ora, io penso che Obama sia completamente dimentico di tutto ciò. Lo ha dimostrato in varie occasioni. Una volta, davanti a un gruppo di giornalisti di colore disse che lui credeva nelle riparazioni, da leader antropologicamente corretto. Un’altra volta disse che c’era bisogno di ulteriori studi sull’oppressione. E parlando di storia europea o americana, c’è chi è pronto a giurare che farebbe rimuovere la statua di Churchill dal suo studio, perché Churchill era un imperialista. Solo che Obama l’imperialismo non sa nemmeno cosa sia stato. Non conosce la storia dell’Europa e degli Stati Uniti; ha un senso infantile dell’evoluzione storica: divide l’umanità tra buoni e cattivi; non pensa che gli uomini si trovino ad affrontare cattive scelte per giuste ragioni, o a compiere buone scelte per ragioni sbagliate; non riuscirebbe mai a sostenere che Montezuma fosse molto più mostruoso di Cortes, così come non può capire cosa abbiano fatto gli africani prima che arrivassero gli europei. Per Obama esiste solo il bianco e nero: non può capire che ci sono problemi molto complessi per i quali non esistono risposte facili. E d’altra parte, lui stesso non ammette di essere il beneficiario di una lunga tradizione occidentale. Leggendo la sua autobiografia, si capisce come la tradizione che Obama sogna è quella di suo padre kenyota, è la tradizione della cultura indigena africana, che purtroppo non ha mai portato da nessuna parte. Libertà, tolleranza, dissenso, eguaglianza tra i sessi, libertà religiosa sono il portato storico della cultura occidentale e sfortunatamente costituiscono valori antitetici a quelli in cui credono il mondo musulmano e la cultura indigena del terzo mondo”.

Dunque sbaglia chi sostiene che Obama, primo presidente afroamericano d’America, rappresenti in realtà la quintessenza, anzi la consacrazione dell’uomo bianco e dei suoi valori? “Attenzione – risponde il professore – evitiamo l’accusa di razzismo e parliamo di cultura occidentale. Obama pensa che la storia della cultura occidentale sia in larga parte quella di un ingiusto trattamento imposto alle minoranze, alle donne, ai neri, agli omosessuali. Non capisce che invece è la cultura occidentale l’unica cultura che affronti questi problemi cercando di risolverli. Il senso di marcia dell’umanità è una prerogativa esclusiva alla cultura occidentale: i diritti dei gay non sono riconosciuti in nessun’altra parte del mondo se non in occidente. Ma Obama non lo sa, o meglio non è consapevole, perché non ne ha mai tratto un vantaggio politico: pur avendo studiato in un college delle Hawaii e poi all’Università di Harvard, ha continuato a trafficare nell’industria del biasimo e della vittimizzazione. Del resto, se si guarda alla sua agenda economica si scopre che somiglia molto a quella dell’Europa negli anni Settanta e Ottanta. Obama sembra non rendersi conto di come l’Europa si interroghi da tempo sull’aumento del gettito fiscale, sull’efficacia del sistema pubblico sanitario, della nazionalizzazione di banche e industria, tutte questioni di cui in America oggi si discute in modo molto romantico. L’ironia della storia è che sono stati proprio gli Stati Uniti col loro mercato aperto e con le spese per la difesa ad aver reso possibile l’esperimento socialista in Europa, e ad aver fornito uno scudo per proteggere l’Europa”.

Tutto questo ora è superato? Con la fine dell’eccezione americana e del primato universale degli Stati Uniti, l’Europa dovrà forse aspettarsi di veder svanire il suo principale alleato e difensore? “Bisogna stare attenti a quel che Obama vorrà fare” risponde Victor Davis Hanson. “Non sappiamo che cosa farà Obama se in Europa spunterà un nuovo Milosevic, se l’Ucraina farà la fine della Georgia. Non credo che sarà disposto a intervenire contro l’espansione della Russia. Porterà il problema davanti all’assemblea delle Nazioni Unite o invocherà il Tribunale penale internazionale. E’ vero che sinora non ha mai fatto del male a nessuno. Quando era senatore dell’Illinois ha sempre risposto “present”, che in America non vuol dire né sì né no, ma soltanto “sono qui”.

Quando è esplosa la crisi in Georgia, il primo giorno ha detto parliamone all’Onu, il secondo ha detto che Georgia e Russia meritavano eguale condanna, il terzo ha spiegato che la crisi era scoppiata perché l’America era intervenuta in Iraq. Pensi un po’ che ragionamento: una democrazia rimuove una dittatura e perciò incoraggia un governo autoritario a rimuovere una democrazia. Mentre è vero esattamente il contrario”. Davis Hanson è convinto che nel background di Obama non vi sia nulla che suggerisca l’eccezione del mondo occidentale, non vi sia nulla che l’induca a pensare che il ruolo storico dell’America sia quello di proteggere la cultura occidentale. “Per questo temo che per lui sarà difficile prendere una decisione. Il primo test sarà Israele. Obama è un multiculturalista. E’ convinto che tutte le culture si equivalgano: non crede che alcune siano uniche a causa dei loro principi e dei loro valori. E se alcune nazioni occidentali sono potenti, come Israele, lo è solo a causa dell’oppressione che esercitano sui più deboli. Le nomine che Obama ha fatto al dipartimento di stato vanno contro Israele. I video che ha lanciato sono apparsi una mano tesa verso l’Iran. Ha inviato suoi rappresentanti in missione a Damasco e ha deciso di inviare fondi per miliardi di dollari a Hamas per la ricostruzione di Gaza, mentre a Washington si parla di “containement” dei missili iraniani, non di eliminarli. Hanno capito tutti che sta mandando segnali a Israele perché agisca da solo contro il regime degli ayatollah. Ma probabilmente gli israeliani, pur disponendo di un arsenale militare d’avanguardia, non saranno in grado di attaccare da soli, senza il sostegno logistico degli Stati Uniti e senza ottenere i sofisticati codici di volo segreto, in possesso della nostra aeronautica militare”.

Il governo di Obama, dopo 120 giorni, per VDH è fonte di apprensione e delusione. “In America è tradizione che i presidenti non parlino mai dei loro predecessori. George W. Bush non ha mai parlato di Clinton, Obama invece parla in continuazione di Bush, per dire che lui è diverso, che governerà in un altro modo. L’ironia è che in materia di antiterrorismo ogni singolo aspetto combattuto in campagna elettorale (dai tribunali militari all’intervento in Iraq, alle truppe in Afghanistan, per non parlare della base di Guantanamo) è stato per così dire ritrattato. I democratici hanno votato contro la chiusura di Guantanamo, Obama ha adottato il piano Bush in Iraq e ha deciso di continuare gli attacchi in Pakistan. Può anche cambiare idea, ma avrà sempre dalla sua parte i media che per anni, quando Bush faceva le stesse cose, hanno detto che era un fascista e un pericolo per la democrazia mentre adesso che Obama segue la sua stessa strategia riconoscono che non ha altra scelta. E se poi c’è una minaccia, sostengono che lui non ne era al corrente e che comunque sarà un portavoce migliore dello stesso programma, o un presidente più in grado di spiegarne le differenze. Insomma, siamo di fronte a una frattura radicale".

"Di fatto – conclude Victor Davis Hanson – non ho mai visto in vita mia alla testa degli Stati Uniti un presidente che non si considerasse il protettore e il difensore della cultura americana. Obama vede se stesso come il cittadino del mondo, come l’espressione di culture non occidentali, o di pari valore, legittimate dall’accordo contro l’occidente. Voi europei non l’avete ancora capito e io ho paura che ben presto dovrete ricredervi. Obama non pensa di essere parte della vostra gloriosa tradizione, non capisce la cultura europea. Se si fosse trovato qui con noi, a Villa Grazioli, in questa villa tuscolana costruita nel Cinquecento dal cardinal Carafa, si sarebbe chiesto: ‘Da dove viene tutta questa ricchezza? Quale tipo di sfruttamento sui popoli non europei è stato responsabile di queste splendide opere d’arte?’ Verrà il giorno, credetemi, in cui sentiremo la mancanza di un Ronald Reagan o di George W. Bush alla Casa Bianca. Quando qualcuno manderà un missile sull’Europa, o i tank russi invaderanno l’Ucraina, o si chiuderanno i rubinetti del gas, o un aereo si abbatterà sul Vaticano, Berlusconi, Sarkozy e la Merkel capiranno che è giunta l’ora di riunire le forze. ‘Giustissimo’, dirà Obama, ‘sono d’accordo con voi’. Ma non andrà oltre. Non vi dirà: ‘Ecco, vi mando la mia contraerea, non vi preoccupate noi americani siamo con voi europei, e insieme faremo fronte comune contro i russi’. Certo, gli europei vorrebbero che non accadesse. Ma il loro è solo un desiderio. E io sono convinto che loro nemmeno lo sanno che è solo un desiderio”. (nelle foto: Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, parla alle truppe americane a Camp Victory, Baghdad, il 7 aprile scorso - foto Reuters / La statua del re Leonida fatta erigere al passo delle Termopili dalla comunità ellenica americana)




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politica estera
28 giugno 2009
I crimini di guerra dei palestinesi
Irwin Cotler, ex ministro della Giustizia canadese e più alto magistrato del paese, docente di legge alla McGill University tirato in causa nelle controversie legate al diritto internazionale. Nonché liberal d’antan e difensore di Nelson Mandela. Un pedigree ineccepibile. Cotler è appena tornato dalla Striscia di Gaza, dove si è recato per stilare un rapporto sulla violazione delle regole di guerra. Risultato: “Hamas è un caso da manuale nella violazione della legge umanitaria internazionale”. Secondo il professor Cotler, è Hamas che dovrebbe essere portata davanti all’Aia. E Cotler convalida la propria asseverazione in sei punti.

Primo. “L’attacco deliberato di civili è in sé un crimine di guerra”. E’ il lancio giornaliero di missili da Gaza verso città, ospedali, scuole, asili nido e case dei civili israeliani che abitano tra Beersheva e Sderot e Ashkelon. Parliamo di 5.700 razzi e 4.000 obici di mortaio lanciati da Hamas a partire dal 2005, l’anno del ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza (da allora l’unico cittadino israeliano presente nella Striscia si chiama Gilad Shalit, è il soldato di leva sequestrato da Hamas due anni e mezzo fa). Da quando nel 2000 sono iniziati i lanci palestinesi da Gaza, i razzi hanno ucciso 19 israeliani. Dall’inizio della controffensiva sono stati lanciati 683 ordigni palestinesi sulla popolazione israeliana: sei civili uccisi, 53 feriti, oltre 200 persone soccorse per shock. E un milione di israeliani sotto tiro, privati della libertà di movimento.

Secondo crimine di guerra. “Gli attacchi portati da Hamas dalle aree civili, siano appartamenti civili, una moschea o un ospedale, al fine di rendersi immuni da una risposta di Israele”. Spiega Cotler che “i civili sono persone protette e le aree civili sono aree protette. Ogni utilizzo dell’infrastruttura civile per lanciare bombe è in sé un crimine di guerra”. Come ha scritto l’esperto di diritto internazionale Yoram Dinstein, “se si verificano vittime civili in conseguenza del tentativo di porre i combattenti al riparo dietro ai civili, la responsabilità ultima ricade sul belligerante che ha messo a rischio in questo modo dei civili innocenti”. La responsabilità è di Hamas che spara dalle case e lascia che sia la popolazione locale a subire i colpi della controffensiva israeliana. L’alto tasso di perdite civili rispetto a quelle dei miliziani è dovuto alla scelta di Hamas di nascondere i propri combattenti nei quartieri civili, anziché affrontare le truppe israeliane. Pochi giorni fa un’intera famiglia palestinese è stata uccisa durante un bombardamento a Gaza City. Nella casa si nascondeva Iman Siam, il sanguinario fondatore del programma di lancio dei Qassam e il capo dell’artiglieria di Hamas. Assieme al predicatore di Hamas, Nizar Rayan, l’aviazione israeliana ha assassinato le quattro mogli e undici figli. Sebbene Israele avesse preavvertito il jihadista dell’attacco, la famiglia ha preferito morire. Non solo. Il giorno prima Rayan aveva convocato tutti. “Chi vuole morire da martire con me?”, ha chiesto ai figli. “Papà, lo vogliamo tutti”. E così è stato. L’esercito israeliano ha appena scoperto uno zoo e una scuola di Gaza minati da Hamas. Lo ha spiegato il parlamentare di Hamas Fathi Hammad: “Abbiamo formato scudi umani di donne, di bambini, di anziani e di mujahideen per sfidare la macchina di bombardamento sionista. E’ come se in questo modo loro dicessero al nemico sionista: ‘Noi desideriamo la morte così come tu desideri la vita’”. C’è un video, consultabile sul sito del ministero degli Esteri israeliano, che mostra come Hamas catturi bambini per strada e li disponga come scudi umani presso gli edifici. Una tattica nota. Il 20 novembre del 2006, l’esercito israeliano ordinò l’evacuazione della casa del capo terrorista Waal Rajeb al Shaqra. Hamas rispose convocando decine di bambini e donne presso la casa. Il portavoce dei terroristi, Musheir al Masri, arrivò sul posto con un “patto di martirio per il bene di Allah” da far firmare ai civili.

Secondo il professor Cotler, Hamas ha violato la quarta convenzione di Ginevra e le regole della Corte dell’Aia con (terzo capo d’accusa) “l’abuso dei simboli umanitari al fine di lanciare attacchi. Come una ambulanza per trasportare combattenti o armi o camuffarsi da medico in un ospedale o usare il logo dell’Onu”. Alti comandanti di Hamas si sono nascosti nel reparto di maternità dell’ospedale Shifa di Gaza, usano l’ospedale per conferenze stampa, al riparo dal fuoco israeliano. Per lo stesso motivo, forze di Hamas si nascondono nei pressi di edifici che fungono da sedi di varie organizzazioni internazionali, come la Croce Rossa e le Nazioni Unite. Almeno 13 giornalisti palestinesi sono stati arrestati e torturati dalle milizie di Hamas da quando il movimento ha preso il controllo totale della Striscia di Gaza nell’estate del 2007. Le famiglie di 450 palestinesi uccisi negli scontri fra Fatah e Hamas hanno chiesto ad Abu Mazen di adoperarsi per portare alla sbarra le milizie “assassine” di Hamas per le “atrocità” commesse.
Per non parlare della dissacrazione delle moschee da parte di Hamas. Come quella Ibrahim al Maqadma a Beit Lahiya, così chiamata in nome del capo terrorista responsabile dell’uccisione di 17 israeliani su un bus di Haifa. L’aviazione israeliana l’ha colpita perché la moschea era usata come santabarbara, centro di reclutamento di miliziani e base militare. Un video lo dimostra.

La quarta violazione, contenuta anche nella carta di Ginevra, è “il pubblico e diretto incitamento al genocidio”. Cotler indica la stessa Carta di Hamas del 1988. Si parla di ebrei, li si addita come passibili di morte, si giustifica l’omidicio con le scritture coraniche, si persegue l’annientamento di donne, vecchi e bambini ebrei. “Ho visto in tv leader di Hamas riferirsi a Israele e agli ebrei come a figli di scimmie e maiali” scrive Cotler. Sui testi scolastici voluti da Hamas in due anni, gli ebrei sono chiamati “serpi assassine”.

Quinto capo d’accusa, Hamas è colpevole di “crimini contro l’umanità” per la campagna a suon di kamikaze e razzi con cui ha messo in ginocchio la società israeliana. In quella palestinese non esistono modelli più grandi dei terroristi suicidi. Istigazione e indottrinamento all’odio sono l’esposizione più tossica dei nostri tempi: forgiano l’ambiente che permette al terrorismo genocida di affermarsi come norma sociale accettata e approvata. Un odio che declina gli ebrei come “maiali”, “immondizia”, “germi” e “parassiti”.

Infine, c’è il crimine di guerra del “reclutamento dei bambini”. La maggior parte dei bambini ospitati nei campi estivi gestiti da Hamas nella Striscia di Gaza ha un’età che varia dagli otto ai 17 anni. Viene loro insegnato a usare armi automatiche e maneggiare granate, a immolarsi con la dinamite e li si avvia al sacrificio islamista. “Sto imparando come uccidere bambini ebrei” ha dichiarato al quotidiano Yedioth Ahronoth il piccolo Muhammad, undici anni, ospite di un campo di Hamas.
Grazie a un giurista come Irwin Cotler, si potrà ancora sperare che il diritto umanitario non venga definitivamente trasformato nell’ultimo rifugio di ipocriti e canaglie e nello schermo con cui i guerrasantieri si sono fatti beffe. Quel diritto è uscito dalle rovine della Seconda guerra mondiale ed è costruito sui morti di Hiroshima, Dresda e San Lorenzo. Non merita di finire nel mattatoio di Hamas. Questa invece meriterebbe la sua Norimberga.




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politica estera
18 giugno 2009
La verità sulle concessioni israeliane e i continui rifiuti arabi
di Evelyn Gordon - dal Jerusalem Post, 11.06.09

Molti sono comprensibilmente perplessi di fronte al rifiuto di congelare le attività edilizie negli insediamenti già esistenti. A prima vista, sembra una posizione completamente illogica: perché mai Israele dovrebbe rischiare uno scontro diplomatico con il suo unico vero alleato soltanto per aumentare al massimo di qualche altro migliaio i quasi trecentomila coloni in Cisgiordania?
La risposta, naturalmente, è che il punto non sono quelle poche migliaia di persone. Ciò che è in gioco, qui, è un principio: la reciprocità. Vale a dire: che non si fanno concessioni senza ricevere qualcosa di concreto in cambio. E le amare esperienze del contrario fatte in passato sono esattamente il motivo per rifiutarsi di farlo ancora.
L’esperienza è iniziata con la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, fondamento di ogni successivo piano “terra in cambio di pace”. Quella risoluzione richiedeva che Israele si ritirasse “da territori” conquistati nella guerra del 1967, non “dai” o “da tutti” i territori. Secondo l’estensore della risoluzione, l’ambasciatore britannico Lord Caradon, quel testo fu deliberatamente scelto per premettere a Israele di conservare alcune parti del territorio conquistato giacché le linee armistiziali del 1949-‘67 non erano difendibili. Come ebbe a spiegare più tardi, “sarebbe stato sbagliato richiedere che Israele tornasse sulle posizioni del 4 giugno 1967 giacché quelle posizioni erano controindicate e artificiali” (di fatto furono appunto quelle linee che favorirono lo scoppio di più guerre arabo-israeliane). Arthur Goldberg, all’epoca ambasciatore americano all’Onu, confermò: “Riguardo al ritiro, era rilevante l’omissione nient’affatto accidentale delle parole ‘dai’ o ‘da tutti’: la risoluzione parla di un ritiro, senza definire l’estensione di tale ritiro”. Israele sottoscrisse la 242 nella convinzione che, accettando di concedere parte o gran parte delle terre, si sarebbe guadagnato il sostegno internazionale a conservare le rimanenti aree necessarie per creare confini difendibili. E nel 1982, infatti, lasciò il 90% del territorio conquistato nel 1967. Ma la reciprocità si volatilizzò rapidamente: oggi nessun paese al mondo, nemmeno gli Stati Uniti, riconosce il diritto di Israele (sancito dalla 242) di conservare una parte dei territori. Quel che rimane sul tappeto sono solo gli obblighi previsti per Israele.
Rapido salto in avanti fino agli Accordi di Oslo del 1993, in base ai quali Israele lasciò gran parte della striscia di Gaza più le sei maggiori città palestinesi di Cisgiordania, e promise ulteriori ritiri in cambio della promessa palestinese di porre fine a violenze e terrorismo. Invece, nei trenta mesi successivi i palestinesi uccisero più cittadini israeliani che in tutto il decennio precedente. Tuttavia, anziché premere sui palestinesi perché mantenessero le loro promesse, il mondo chiedeva a Israele di fare ulteriori concessioni. E Israele acconsentì: lasciò gran parte di Hebron (1997), firmò l’Accordo di Wye Plantation (1999), infine offrì ai palestinesi più del 90% dei territori, comprese parti di Gerusalemme, al summit di Camp David del 2000. Così scoprì ancora una volta che i suoi impegni erano considerati vincolanti, mentre gli impegni reciproci della controparte svanivano velocemente.
Due mesi dopo Camp David, scoppiava l’intifada. Nei cinque anni successivi i palestinesi uccisero più israeliani che in tutti i 52 anni precedenti, usando le terre cedute da Israele come basi paramilitari. Dal momento che Bill Clinton, il mediatore a Camp David, aveva attribuito ai palestinesi la responsabilità per il fallimento dei negoziati, e dal momento che erano stati i palestinesi a scatenare le violenze, Israele naturalmente si aspettava che il mondo esigesse finalmente dai palestinesi che onorassero i loro impegni. E invece il mondo pretese di nuovo ulteriori concessioni da Israele (cosa che fece, a Washington e a Taba nel 2000-2001), condannando nel frattempo qualunque sforzo facesse Israele per difendersi: dai posti di blocco, agli arresti, alle uccisioni mirate, fino alla barriera difensiva. Per di più la posizione e l’immagine del paese sulla scena internazionale non faceva che colare a picco: in un sondaggio del 2003, ad esempio, gli europei definivano Israele la peggiore minaccia alla pace nel mondo. Quindi la ricompensa promessa per le concessioni offerte a Camp David, vale a dire il sostegno internazionale, di nuovo si dileguava proprio nel momento in cui Israele ne aveva più bisogno. Ma le concessioni rimanevano, diventando il punto di partenza obbligatorio per ogni successivo negoziato.
Poi venne il disimpegno unilaterale. Nel 2005 vennero sgomberati 25 insediamenti israeliani, fra striscia di Gaza e Cisgiordania settentrionale, e le Forze di Difesa israeliane lasciarono completamente la striscia di Gaza. In cambio a Gerusalemme venne promesso sia il sostegno internazionale, sia la riaffermazione – con la lettera di George W. Bush dell’aprile 2004 – del mancato impegno americano del 1967 di sostenere modifiche alle linee del 1949.
Ma, di nuovo, entrambe le “ricompense” si dissolsero presto. Quando il disimpegno si tradusse in lanci quotidiani di razzi da Gaza sui civili israeliani, il mondo reagì condannando Israele per il suo sforzo di difendersi. È Israele, non Hamas, che l’Onu sta indagando per crimini di guerra, e sono ufficiali delle Forze di Difesa israeliane, non i capi di Hamas, quelli che rischiano addirittura l’arresto in alcuni paesi europei.
Di più. Il presidente Usa Barack Obama si è affrettato ad revocare la lettera di Bush, come dimostra la sua richiesta di congelare totalmente gli insediamenti: se sostenesse il mantenimento futuro di certi insediamenti sotto controllo israeliano, non vi sarebbe ragione di opporsi a qualunque attività edilizia anche all’interno di quegli insediamenti, e non solo all’esterno di essi.
In breve, ogni volta che Israele ha fatto concessioni concrete in cambio di promesse, quelle promesse si sono rivelate degli assegni a vuoto, quando si è trattato di riscuoterle: lasciando Israele in condizioni peggiori, in termini di sicurezza e di relazioni internazionali, di quanto non fosse prima d’aver fatto le concessioni. Questa amara esperienza è esattamente il motivo per cui è stato eletto Netanyahu, il cui slogan era “se danno, otterranno; se non danno, non otterranno”.
E un congelamento degli insediamenti sarebbe una concessione decisamente reale. Innanzitutto, appunto perché il mondo si oppone a modifiche delle linee del 1949, la sola speranza di mantenere le aree considerate di vitale importanza è trasferirvi abbastanza gente da rendere irrealistico il loro sradicamento. In questo senso, quelle poche migliaia di coloni in più possono fare la differenza. In secondo luogo, il congelamento invierebbe il messaggio che persino Israele considera quelle aree negoziabili, e che quella di avere confini difendibili non sia una pregiudiziale. Infine, il congelamento innescherebbe uno scontro traumatico con gli israeliani che vivono negli insediamenti. Come ha dimostrato il disimpegno del 2005, Israele non teme questo scontro se si aspetta in cambio vantaggi concreti. Ma nessuna società rischierebbe un tale trauma senza averne nessun beneficio.
E Obama non ha offerto nulla, a parte parole vuote circa il fatto che il congelamento “faciliterebbe” la pressione sull’Iran e progressi arabi verso la normalizzazione dei rapporti con Israele. Nulla di preciso su che genere di pressioni e che genere di progressi; nessuna garanzia che tutto ciò si realizzi veramente. Se Obama avesse offerto qualcosa di concreto – ad esempio un impegno pubblico da parte araba a misure specifiche di normalizzazione, o un impegno pubblico da parte del Consiglio di Sicurezza per azioni specifiche verso l’Iran entro una data precisa – insieme al patto che il congelamento degli insediamenti verrebbe sospeso se tali promesse venissero tradite, allora Netanyahu avrebbe quasi sicuramente accettato. Ma Obama non ha proposto nulla di simile, e Israele ne ha abbastanza di fare concessioni in cambio di vuote promesse.



permalink | inviato da Giuseppe D. il 18/6/2009 alle 0:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sentimenti
14 giugno 2009
LETTERA APERTA AL MONDO da un cittadino israeliano
Caro Mondo,

Capisco che tu sia seccato con noi che siamo qui in Israele. Perché sembri proprio seccato, anzi, persino arrabbiato, infuriato. Sembra che ti succeda con una certa regolarità. Oggi è a causa della “brutale repressione dei palestinesi”; ieri era per il Libano; prima ancora era il bombardamento del reattore nucleare di Baghdad (è possibile immaginare in che stato sarebbe oggi il mondo se NON l’avessimo bombardato?). E, naturalmente, c’è stata la Guerra del Kippur, la campagna del Sinai e chi più ne ha più ne metta. Sembrerebbe che il trionfo e la sopravvivenza degli ebrei siano la cosa che ti dà più fastidio.

Naturalmente, caro mondo, noi, il popolo ebraico, ti davamo fastidio molto prima che esistesse lo stato di Israele. Abbiamo dato fastidio ai tedeschi che hanno eletto Hitler, agli Austriaci che hanno salutato il suo ingresso a Vienna, e abbiamo dato fastidio a un sacco di popoli slavi –polacchi, slovacchi, Lituani, latvi, ucraini, russi; per non parlare degli ungheresi e dei rumeni. E si può andare molto indietro negli anni nella storia del fastidio che abbiamo dato al mondo. Siamo stati una seccatura per i cosacchi di Chmielnicki, che hanno massacrato decine di migliaia di noi nel 1648-49; abbiamo dato fastidio ai crociati che, durante il viaggio per liberare la Terra Santa, erano così arrabbiati con gli ebrei che ci hanno ucciso a bizzeffe. Per secoli abbiamo infastidito la chiesa cattolica di Roma, che ha fatto del suo meglio per definire le nostre relazioni attraverso l’Inquisizione: e abbiamo dato fastidio al nemico dichiarato della Chiesa, Martin Lutero, che incitando a bruciare le sinagoghe insieme agli ebrei che c’erano dentro ha dato prova di un ammirevole spirito cristiano.

E così, ci siamo talmente seccati di darti fastidio, caro mondo, che abbiamo deciso di lasciarti, per così dire, e di fondare uno stato ebraico. La logica è stata questa: vivendo a stretto contatto con voi, come residenti stranieri nei vari paesi tanto gentili da ospitarci, abbiamo continuato a darvi fastidio, ad irritarvi e a disturbarvi. Quale soluzione migliore, perciò, che andarcene ed amarvi, ricevendo in cambio il vostro amore? Così abbiamo deciso di ritornare a casa, quella stessa terra dalla quale siamo stati scacciati 2000 anni fa dal mondo romano al quale, a quanto pare, non avevamo mancato di dare fastidio.

Ahimé, caro mondo, sembra che sia davvero difficile accontentarti. Anche se ce ne siamo andati, se abbiamo lasciato i tuoi pogrom, le tue inquisizioni, le tue crociate e i tuoi olocausti, (che ci sono stati davvero!), dopo averti lasciato per andare a vivere da soli nel nostro minuscolo stato, ebbene, riusciamo ancora a darti fastidio. Adesso sei arrabbiato perché opprimiamo i poveri palestinesi. Sei seccato perché non vogliamo consegnare i territori del 1967, il che è chiaramente un ostacolo alla pace in Medio Oriente. Quasi tutta l’Europa è seccata, e anche gli arabi “radicali” lo sono (e gli altri, non sono un po’ seccati anche loro?), e naturalmente anche l’Asia, e l’Africa, e non dimentichiamo “Down Under”. Noi ebrei siamo repressivi, opprimenti e ossessivi. E i palestinesi, ah, i poveri palestinesi! In breve, tutto il mondo è seccato.

Ebbene, caro mondo, consideriamo la reazione di un normale ebreo di Israele:

Nel 1920, 1921 e 1929, non c’era alcun territorio del 1967 a bloccare le speranze di pace tra ebrei e arabi. E non esisteva alcuno stato ebraico a dare fastidio a nessuno. Ma quegli stessi palestinesi oppressi e repressi uccisero dozzine di ebrei a Gerusalemme, a Jaffa, a Safed e a Nel 1929, ad Hebron furono massacrati 67 ebrei in un solo giorno.

Perché gli arabi –i palestinesi- uccisero 67 ebrei a Hebron in un solo giorno? Poteva fprse essere a causa della rabbia per laggressione israeliana del 1967? E perché 510 ebrei, uomini donne e bambini, furono uccisi durante i disordini arabi del 1936-39, (che gli inglesi, con il loro dono particolare per l’understatement, definirono “scaramucce”)? Succese sempre perché gli arabi erano seccati per gli avvenimenti 1967? E quando tu, iil mondo, hai proposto un Piano di Spartizione delle Nazioni Unite nel 1947, e gli arabi hanno gridato “No!” e ci hanno mosso guerra, uccidendo molti ebrei, anche questo è a causa del 1967? Che abili veggenti devono essere stati gli arabi; Nostradamus potrebbe aver preso lezione da loro (e forse l’ha fatto).

I poveri palestinesi, che oggi uccidono gli ebrei con armi di gran lunga più sofisticate (hanno ottenuto un brevetto per gli uomini-bomba?) , fanno parte dello stesso popolo che, quando aveva già tutti i territori che adesso pretende, tentò di buttare in mare lo stato ebraico. Le stesse facce contorte dall’odio, lo stesso grido “itbach al-Yahud” (massacrate l’ebreo!) che vediamo e sentiamo oggi, furono viste e uditi allora. Lo stesso popolo, lo stesso sogno: Distruggere Israele! Ciò che non sono riusciti a fare ieri, sperano ancora di riuscire a farlo oggi; ma, naturalmente, noi non dobbiamo opprimerli............

Caro mondo, durante l’Olocausto tu sei rimasto a guardare, in silenzio, a braccia conserte; e nel 1948 sei rimasto di nuovo a guardare quando sette stati arabi ci hanno mosso una guerra che la Lega Araba ha paragonato con fierezza ai massacri dei mongoli. Sei rimasto immobile anche nel 1967, quando Abdul Nasser, incitato dalle folle di tutte le capitali arabe, promise di ributtare gli ebrei in mare.

E poiché noi sappiamo, come lo sa il mondo intero, che gli arabi, i palestinesi, sognano ancora la distruzione finale degli ebrei e la cancellazione dello stato d’Israele, faremo tutto quanto è in nostro potere per rimanere vivi nel nostro paese. Una volta, il generale De Gaulle, non certo gentilmente, ci ha definito una “razza dalla dura cervice”. Temo che avesse ragione; almeno in relazione alla sopravvivenza della razza più antica del mondo ancora in vita.

Se questo ti dà fastidio, caro mondo, pensa a quante volte nella nostra lunga storia tu hai dato fastidio a noi. In un modo o nell’altro, caro mondo, c’è almeno un ebreo in Israele che se ne infischia altamente.



permalink | inviato da Giuseppe D. il 14/6/2009 alle 10:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
13 giugno 2009
Il padre di un ragazzo tredicenne, con la complicità di tutta la famiglia, tortura a morte il figlio per aver 'collaborato' con Israele
da Informazione Corretta - 12/06/2009 - di Ugo volli

Cari amici, questa è una cartolina triste e (realmente) filopalestinese. Voglio chiedervi di portare con me il lutto di un ragazzino palestinese di tredici anni, ucciso l'altro giorno a Kalkilya, sulle colline del West Bank di fronte a Tel Aviv. Il nome del ragazzino è Raed Wael Sawalha. E' stato ucciso e prima ferocemente torturato perché accusato di essere "collaboratore" di Israele. I palestinesi ammazzati per questa ragione sono stati centinaia negli scorsi anni; è dal 1936, ben prima della naqbah che gli islamisti hanno autorizzato chiunque ad ammazzare chi venda terra agli ebrei (e questa è ancora una legge dell'Autorità Palestinese) e questo è già un segno sufficiente della volontà palestinese di fare la pace con Israele. Ma Raed Wael Sawalha aveva tredici anni. Tredici anni. Che collaborazione, che tradimento può commettere un tredicenne che abita in un paesone qualunque? Raccontare ai "criminali sionisti occupanti" di come giocano a pallone i suoi amici? O magari flirtare con una "puttana ebrea"? C'è di peggio. Sapete chi ha ucciso e torturato Raed Wael Sawalha? E' stata la sua famiglia, incluso il padre e lo zio. Capite: il padre di un ragazzo tredicenne, con la complicità di tutta la famiglia, tortura a morte proprio figlio per aver "collaborato" con Israele!  E' della volontà di pace di questa gente che Israele deve fidarsi, secondo le anime belle da Obama fino agli scout della parrocchia all'angolo....

Ugo Volli

PS: Su quanti giornali avete letto la storia di Raed Wael Sawalha? Ne hanno parlato i grandi amici della Palestina, Michele Giorgio, Umberto de Giovannangeli, Ugo Tramballi, e anche gli umanitari come Moni Ovadia? Ci ha indagato una commissione diritti umani dell'Onu? Andrà ai funerali la (per fortuna ex) vice-presidente del Parlamento Europeo, Luisa Morgantini? O credono anche loro che la vita di un ragazzo ucciso come "collaborazionista" è meno importante di quella di un "martire" che si fa esplodere in mezzo alla gente di una pizzeria?

PPS: C'è un altro ragazzo che non ha tredici anni, ma poco più di venti, prigioniero da tre anni dei palestinesi, si chiama Gilad Shalit.  Catturato in  territorio israeliano e tenuto prigioniero DA TRE ANNI senza il minimo diritto, senza aver mai ricevuto una visita della Croce Rossa, senza il trattamento garantito ai prigionieri di guerra, in condizioni terribili. Chiediamo tutti la liberazione di Shalit.



permalink | inviato da Giuseppe D. il 13/6/2009 alle 12:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
politica estera
29 maggio 2009
Obama fuorilegge

da PMW - 25 Maggio 2009

Palestinian Media Watch ha diffuso un importante articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 25 maggio, in vista del prossimo incontro tra i presidenti Obama e Mahmoud Abbas. Esiste una legge americana (2008 Foreign Operations Bill Sec. 657.B-C.1) che non permette agli USA di assistere in alcun modo chiunque, nella West Bank come a Gaza, onori coloro che hanno commesso atti di terrorismo. Il presidente Obama, e con lui il Congresso, intende concedere all'Autorità palestinese, della quale Abbas è il leader, 900 milioni di dollari. Il Jerusalem Post ha voluto ricordare a colui che è reduce da un incontro col primo ministro israeliano, che Abbas non può ricevere questi aiuti dagli USA, e proprio in base alla legge americana. Infatti Abbas ha inaugurato un centro informatico dedicato "al martire Dalal Mughrabi"; è opportuno ricordare che questo martire è il colpevole del più sanguinoso attentato compiuto in Israele, nel 1978, che ha ucciso 37 civili, tra i quali 12 bambini, e anche un cittadino americano (sarà il caso che il presidente ed i congressisti abbiano ben presente almeno questo fatto!). E a questo assassino di nome Mughrabi l'Autorità palestinese ha già intitolato anche un campionato di calcio, un campo estivo ed un party per studenti meritevoli. E, tanto per essere più chiaro su quel che pensa, il presidente Abbas ha fatto programmare, dalla sua televisione, un programma celebrativo di questo attentato, definito "una delle operazioni più importanti ed eminenti, eseguita da un gruppo di eroi e guidata dall'eroico combattente Dalal Mughrabi" (trasmissione dell'11 marzo scorso della TV della PA). Sarà poi bene che Obama non creda alle vane promesse delle quali Abbas è sempre stato gran dispensatore. Nel 2004 gli USA gli diedero 400.000 dollari per costruire un campo di calcio dedicato a Salakh Khalaf. Quando Palestinian Media Watch fece osservare che Khalaf era uno dei terroristi che uccisero 11 atleti alle olimpiadi di Monaco, gli USA chiesero ad Abbas di scusarsi e di cambiare nome al campo di calcio. Ma il nome non venne mai cambiato. Identico iter nel 2002 per una scuola per ragazzine, creata con denaro americano e dedicata al martire Mughrabi. Abbas promise, nel giro di 24 ore, di cambiare nome. Ma poi se ne dimenticò, e la scuola porta tuttora il nome del terrorista. Il Segretario di Stato Hillary Clinton conosce a fondo questo problema, per averne, tra l'altro, discusso in una recente audizione. Vedremo che cosa succederà durante questo incontro tra i due presidenti, al quale collaborerà anche la Clinton. Ma se questo problema non verrà affrontato e risolto una volta per tutte, Obama darà una nuova ragione di seri, gravi dubbi sulle sue reali intenzioni a coloro che già dubitano per le sue recenti mosse. Ma la legge americana, negli USA, si dovrebbe applicare anche agli atti del presidente e del Congresso.




permalink | inviato da Giuseppe D. il 29/5/2009 alle 21:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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